Libia: Haftar lascia Mosca senza firmare l’accordo

Pubblicato il 14 gennaio 2020 alle 10:00 in Africa Libia

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Dopo circa sei ore di colloqui mediati da Mosca e Ankara, il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, ha lasciato la capitale russa senza firmare l’accordo relativo al cessate il fuoco in Libia, discusso altresì con la controparte, il premier di Tripoli, Fayez al-Sarraj.

L’incontro si è svolto nella giornata del 13 gennaio, ed ha visto la presenza dei ministri degli Esteri e della Difesa russi, Sergej Lavrov e Sergej Shoigu, e degli omologhi provenienti da Ankara, Mevlut Cavusoglu e Hulusi Akar. Il cessate il fuoco nell’Ovest della Libia e a Tripoli, in realtà, è entrato già in vigore alle 00:00 del 12 gennaio, ma è stata la Russia, il 13 gennaio, ad assistere all’incontro che si sperava potesse portare alla firma del primo accordo ufficiale. Tale mossa giunge dopo che il generale Haftar si era rifiutato, il 9 gennaio, di accettare una tregua nella capitale libica, promossa dal presidente russo, Vladimir Putin, e l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan. Questi ultimi si erano incontrati l’8 gennaio, in occasione dell’inaugurazione del gasdotto Turkish Stream, e, a margine del meeting, avevano rilasciato una dichiarazione congiunta, in cui avevano invitato tutte le parti impegnate in Libia a cessare le ostilità.

Secondo quanto riferito dal Ministero degli Esteri russo, e riportato dal quotidiano libico al-Wasat il 14 gennaio, Haftar aveva dapprima richiesto più tempo prima di firmare l’accordo precedentemente discusso, per studiarne il contenuto, ma ha successivamente lasciato Mosca senza firmarlo. La controparte, il capo del Consiglio presidenziale al-Sarraj, secondo quanto riferito, l’aveva, invece, accettato.

A detta di fonti russe, il punto di disaccordo riguarda lo scioglimento, lo smantellamento ed il disarmo delle milizie. In particolare, Haftar si è rifiutato di firmare il patto fino a quando non sarà stabilita una scadenza temporale precisa. Ciò, per il generale libico, è la premessa fondamentale per garantire la stabilità del Paese. Lavrov, nella sera del 13 gennaio, ha poi riferito che il generale dell’LNA ha richiesto altresì l’aggiunta di ulteriori clausole all’accordo e ciò, per il ministro russo, è da considerarsi un segnale positivo.

Secondo quanto dichiarato nel corso della conferenza stampa tenutasi a margine dell’incontro, il ministro degli Esteri russo ha affermato che vi sono stati passi in avanti nel raggiungimento di un accordo tra Haftar e al-Sarraj e che le parti russe e turche si stanno adoperando per portarlo a termine. L’omologo turco, Mevlut Cavusoglu, ha aggiunto che durante l’incontro del 13 gennaio si è cercato di raggiungere un compromesso tra le proposte avanzate dall’LNA e dal governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA).

Il quotidiano arabo al-Arabiya ha inoltre riferito che Haftar, nel rifiutarsi di firmare l’accordo, si è altresì opposto a qualsiasi forma di ingerenza, mediazione o partecipazione della Turchia alla supervisione del cessate il fuoco nel Paese, ed ha sottolineato che la bozza dell’accordo ha ignorato una serie di richieste avanzate dal proprio esercito. In particolare, non era inclusa la clausola relativa al ritiro delle forze turche dalla Libia.

Secondo quanto affermato dal quotidiano, l’accordo prevede, oltre alla cessazione delle ostilità, la formazione di un comitato militare, volto a definire una linea di comunicazione tra le parti in guerra. La sua missione dovrebbe altresì consistere nello sviluppo di misure che promuovano il dialogo attraverso negoziati e il raggiungimento di una soluzione politica. Non da ultimo, il comitato dovrebbe altresì volgere lo sguardo alla situazione umanitaria ed economica della Libia, coinvolgendo nel dialogo rappresentanti ed esperti in ambito politico, economico e in materia di sicurezza.

Era stato il medesimo quotidiano a riferire, ancor prima della fine dell’incontro del 13 gennaio, alcune clausole discusse tra al-Sarraj e Haftar. Tra i punti fondamentali, vi è un freno all’intervento di Ankara in Libia e l’invio di delegazioni russe volte a monitorare l’attuazione del cessate il fuoco. Tale compito sarà altresì svolto dalle Nazioni Unite, attraverso una forza di peacekeeping non armata. Sia le forze dell’LNA sia quelle di Tripoli dovranno ritirarsi e ritornare in caserma. Alcune milizie, inoltre, dovranno consegnare le proprie armi e l’unica strada da perseguire sarà quella verso una risoluzione politica. L’esercito di Haftar avrà poi il compito di proseguire nella lotta al terrorismo, in coordinamento con al-Sarraj, oltre a proteggere i pozzi petroliferi offshore e onshore. Ciò vedrà altresì una supervisione a livello internazionale. Compiti e poteri saranno poi suddivisi tra il governo tripolino ed il Parlamento libico, a fianco del generale Haftar.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 12 dicembre scorso, Haftar aveva annunciato l’inizio di una nuova “battaglia decisiva”. Per la quarta volta in nove mesi, il generale aveva affermato che era giunto il momento di liberare Tripoli da “traditori e terroristi”, dichiarando altresì di aver ordinato ai propri uomini di avanzare verso la capitale e che l’operazione militare non sarebbe terminata fino a quando non sarebbero state smantellate le “milizie armate”. Nonostante la tregua del 12 gennaio, il corrispondente di al-Arabiya ha riferito, il 14 gennaio, di sporadici scontri nella zona di Salah ad-Din, nel Sud di Tripoli, dove le forze dell’LNA continuano a sostare, dicendosi determinati e pronti a raggiungere la vittoria. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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