Iraq: mentre i manifestanti protestano, governo e Parlamento discutono

Pubblicato il 14 gennaio 2020 alle 14:52 in Iraq Medio Oriente

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Gruppi di manifestanti iracheni si sono riuniti, sin dalle prime ore del 14 gennaio, in piazza Tahrir, nel centro della capitale Baghdad.

La popolazione continua ad opporsi ad una classa politica che, oltre a non tener conto delle sue richieste, continua a procrastinare la scelta e la formazione di un nuovo esecutivo. Secondo quanto riferito dal quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, l’intensità della mobilitazione popolare è aumentata a partire dal 10 gennaio, nel cosiddetto “venerdì di milioni”. In tale occasione, i manifestanti hanno mostrato la propria opposizione contro l’ingerenza iraniana ed una possibile trasformazione del Paese in un terreno di scontro tra Washington e Teheran.

Nei giorni successivi, fino a giungere al 14 gennaio, i movimenti di protesta hanno nuovamente assunto un carattere antigovernativo. Come affermato da un attivista civile, l’escalation delle proteste mira a provocare un’escalation a livello governativo, ed è stato aggiunto che i tentativi, da parte dell’esecutivo di Baghdad, di procrastinare le “legittime richieste” della popolazione, oltre agli atti di repressione contro manifestanti pacifici, spingono il popolo iracheno ad essere sempre più determinato. Tra le richieste principali, attualmente vi è la nomina di un primo ministro che ponga fine al cosiddetto “governo custode”, privo di legami con partiti politici, che sia onesto e in grado di “ripristinare ciò che persone corrotte hanno distrutto”.

Parallelamente, il 14 gennaio, la Commissione incaricata di modificare la costituzione ha affermato che i diversi membri hanno raggiunto un accordo su alcune delle proposte avanzate. Tra le principali, la riduzione dei membri in Parlamento, la cosiddetta “Camera dei rappresentanti” e le modalità di formazione del futuro esecutivo di Baghdad. Tuttavia, secondo quanto riportato dal vicepresidente della Commissione, Yusuf Muhammad, vi sono ancora alcune questioni oggetto di divergenze, ma si cercherà di trovare un’intesa entro i limiti stabiliti, ovvero entro quattro mesi dalla data di formazione del comitato, insediatosi nella fine del mese di ottobre 2019.

La prima riunione di tale Commissione risale al 4 novembre 2019, ma fin da subito i suoi membri hanno trovato difficoltà nel raggiungere un accordo sui diversi meccanismi di formazione dell’esecutivo, così come in materia di approvazione di decreti e leggi. Al centro delle discussioni degli incontri tenutisi fino ad ora, vi è, tra le altre, la proposta relativa alla transizione dell’Iraq dal sistema parlamentare al sistema presidenziale o semi-presidenziale, l’abolizione del veto delle tre province sulla modifica della costituzione, il futuro dei governi locali e il meccanismo di selezione dei governatori.

Accanto alla Commissione legata alle modifiche costituzionali, il movimento di protesta ha portato il Parlamento iracheno, il 5 dicembre, ad approvare all’unanimità una legge relativa alla commissione elettorale, con cui si prevede che questa sarà composta da nove membri, di cui sette saranno giudici, estratti a sorte, mentre gli altri due verranno scelti dal Consiglio Consultivo Statale, un ente giudiziario connesso amministrativamente al Ministero della Giustizia, rappresentante la massima istituzione di giustizia amministrativa in Iraq. L’obiettivo è garantire trasparenza alle prossime elezioni e alle procedure a queste connesse. 

Le proteste in Iraq hanno avuto inizio il primo ottobre 2019, quando la popolazione è scesa in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime.  I manifestanti hanno da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e, all’8 gennaio, sono giunte al centesimo giorno.

A detta del governo, si tratta delle proteste più lunghe nella storia dell’Iraq, in cui più di 500 persone sono state uccise e più di 20.000 sono rimaste ferite. Tra i maggiori risultati vi sono le dimissioni del premier, attualmente in carica per un governo ad interim, Adel Abdul Mahdi, del 30 novembre scorso. Da tale data non si è riusciti a trovare una personalità in grado di assumere il mandato alla presidenza del governo di Baghdad. L’esecutivo richiesto dalla popolazione irachena dovrebbe essere indipendente da qualsiasi fazione politica al potere. Il futuro premier, per i manifestanti, dovrà essere caratterizzato da professionalità e competenza, non deve avere doppia cittadinanza e non deve avere assunto una posizione governativa o parlamentare dopo l’occupazione statunitense in Iraq nel 2003.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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