Egitto: rinnovato nuovamente lo stato di emergenza

Pubblicato il 14 gennaio 2020 alle 17:26 in Africa Egitto

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La Camera dei Deputati, ovvero il Parlamento monocamerale, dell’Egitto ha ulteriormente esteso lo stato di emergenza nel Paese per tre mesi, il 14 gennaio.

In particolare, questo entrerà in vigore all’una di notte, ora locale, del 27 gennaio e durerà fino alla stessa ora del 27 aprile 2020. La decisione è stata approvata dai due terzi dei membri del Parlamento egiziano e fa riferimento alla decisione n.20 del 2020, emanata dal presidente del Paese, Abdel Fattah al-Sisi. Secondo quanto definito, la scelta è stata dettata dalle condizioni di sicurezza complesse in cui versa attualmente l’Egitto. In tale quadro, le forze di sicurezza e la polizia egiziane sono esortate ad intraprendere le misure necessarie per affrontare tutti i pericoli derivanti, in particolare, dalla minaccia terroristica, incluso il suo finanziamento. Inoltre, queste sono chiamate a salvaguardare le proprietà pubbliche e private e la vita dei cittadini. Nella decisione si legge altresì: “Chiunque violerà le ordinanze emanate dal presidente della Repubblica sarà punito con la detenzione”.

Si tratta della dodicesima decisione consecutiva di tal tipo. La prima risale al 10 aprile 2017, quando al-Sisi decretò lo stato di emergenza dopo gli attacchi contro alcune chiese situate nei governatorati del Cairo ed Alessandria che causarono circa 47 morti. Sebbene la costituzione egiziana preveda che lo stato di emergenza venga promulgato per soli sei mesi consecutivi, negli ultimi anni il presidente egiziano si è sempre affrettato a rinnovarlo ancor prima della scadenza stabilita.

Nel 2019, il 22 luglio, il primo ministro egiziano, Mostafa Madbouly, ha emanato un decreto con cui ha imposto il coprifuoco in alcune aree del Sinai, nel Nord-Est dell’Egitto, con entrata in vigore dal 25 luglio. In quella stessa data, al-Sisi ha decretato lo stato di emergenza per la nona volta consecutiva.

Precedentemente, il 25 ottobre 2014, al-Sisi aveva imposto tale misura soltanto nel Sinai del Nord, in risposta a una serie di attacchi terroristici nella regione, che avevano causato la morte di 26 militari egiziani. Tale misura consentiva al presidente di far giudicare i civili ai tribunali di emergenza per la sicurezza dello Stato, i cui verdetti non prevedono alcun processo d’appello, di intercettare e monitorare tutte le forme di comunicazione, imporre la censura prima della pubblicazione, oltre a confiscare le pubblicazioni esistenti, imporre il coprifuoco e sequestrare proprietà private. Oltre a ciò, lo stato di emergenza attribuiva alle forze di sicurezza ampi poteri nella limitazione delle riunioni pubbliche e della libertà dei media e consentiva loro di arrestare le persone per qualsiasi ragione.

Da quando al-Sisi è salito al potere, l’8 giugno 2014, il suo governo ha mostrato maggiore severità, vietando le proteste non autorizzate e imprigionando migliaia di persone per reprimere massicciamente ogni forma di dissenso. Dalla cacciata dell’ex presidente islamista Mohamed Morsi, avvenuta il 3 luglio 2013, le autorità egiziane hanno poi iniziato a lanciare una dura repressione contro la Fratellanza Musulmana, dichiarata organizzazione terrorista nel dicembre 2013, e contro tutti gli oppositori politici.

Tuttavia, una delle aree di maggiore attenzione e preoccupazione è la regione del Sinai del Nord, zona di congiunzione tra i continenti africano ed asiatico. Questa è teatro, da anni, di operazioni militari. L’esercito egiziano ha lanciato una campagna nel Sinai, chiamata Comprehensive Operation – Sinai, il 9 febbraio 2018, con l’obiettivo di intensificare i controlli nella regione e contrastare i ribelli islamisti e le altre attività criminali che compromettono la sicurezza e la stabilità del Paese.

L’esercito egiziano ha reso noto, il 4 novembre 2019, che le proprie forze hanno ucciso 83 presunti militanti terroristi nel mese precedente, a seguito di operazioni condotte nel Sinai del Nord e nelle aree centrali della regione. Ai militanti uccisi, definiti infedeli, si sono aggiunti altri morti e feriti tra le forze di sicurezza. Il periodo preso in considerazione va dal 28 settembre al 4 novembre. In tale lasso di tempo, sono stati 61 i presunti criminali detenuti, trovati in possesso di circa 376 dispositivi esplosivi. Non è stato, però, specificato il gruppo di appartenenza di tali gruppi armati.

Tra le organizzazioni terroristiche più attive nella regione vi è Wilayat Sinai, che trova la sua origine in un ulteriore gruppo, Ansar Bayat al-Maqdis, fautore del raggruppamento di diversi militanti attivi nella regione del Sinai. Nel 2014, Wilayat Sinai ha giurato fedeltà all’ISIS, assumendo il nome attuale. Si stima che il numero dei combattenti oscilli tra i 1.000 ed il 1.500, operanti per lo più in tale regione, ma responsabili di alcuni attacchi anche in altre aree egiziane. Il 2 novembre 2019, inoltre, tale organizzazione ha giurato fedeltà al nuovo leader dello Stato Islamico, Abu Ibrahim al-Hashemi al-Quraishi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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