Libia: Haftar e al-Sarraj attesi a Mosca per “voltare pagina”

Pubblicato il 13 gennaio 2020 alle 9:45 in Libia Russia

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Il premier del governo tripolino, Fayez al-Sarraj, ed il capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, sono attesi a Mosca, il 13 gennaio, per raggiungere un accordo volto a riportare la tregua in Libia.

Secondo quanto riferito da al-Arabiya, il generale Haftar è già giunto nella capitale russa ed il Ministero degli Esteri di Mosca ha riferito che il capo dell’LNA dovrebbe tenere colloqui con il capo del Consiglio presidenziale di Tripoli, al-Sarraj, nella giornata del 13 gennaio. Come confermato altresì dal capo del gruppo di contatto russo sulla Libia, Lev Dengov, si prevede che le due parti discutano della possibilità di raggiungere una tregua nel Paese e potrebbero altresì firmare un accordo a riguardo.

Anche il capo del Consiglio di Stato di Tripoli, Khaled al-Mashri, ha rivelato, il 12 gennaio, che accompagnerà al-Sarraj a Mosca per un incontro che porterà alla firma di un accordo che potrebbe gettare le basi per la ripresa del processo politico. Secondo quanto dichiarato, il patto prevedrà altresì la presenza di forze volte a monitorare la situazione e l’applicazione del cessate il fuoco, ma non è stata specificata la loro natura o nazionalità.

Il giorno precedente, il 12 gennaio, al-Sarraj, nel corso di un discorso televisivo, ha invitato la popolazione libica a “voltare pagina”, rinunciando a qualsiasi forma di contrasto e divisione, a favore della pace e della stabilità del Paese. “Non sacrificheremo ancor di più il sangue dei nostri martiri. Non abbiamo ancora venduto il sogno di uno Stato civile” sono state le parole del premier del governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). Al- Sarraj ha poi parlato della tregua, che ha avuto inizio a mezzanotte del 12 gennaio, sottolineando che questa è stata accettata da Tripoli con il fine di preservare la coesione nazionale ed il tessuto sociale. Tuttavia, il GNA è pronto, anche militarmente, ad agire in caso di violazione dalla controparte. Il cessate il fuoco, ha affermato il primo ministro, è solo un primo passo per “dissipare le illusioni di coloro che aspirano al potere con la forza delle armi e di chi sogna di ristabilire la tirannia nel Paese”, ma si continuerà, allo stesso tempo, a percorrere la strada verso una risoluzione politica e verso lo Stato auspicato.

Nella stessa giornata, il 12 gennaio, al-Sarraj ha incontrato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed ha nuovamente ribadito che la tregua accettata dal proprio governo avrà successo se le forze di coloro che sono stati definiti “aggressori” si ritireranno. A tal proposito, la Missione Speciale delle Nazioni Unite è stata invitata ad impegnarsi per evitare eventuali violazioni del cessate il fuoco. Ankara e Tripoli hanno inoltre discusso del programma esecutivo dei memorandum d’intesa firmati il 27 novembre scorso, in materia di sicurezza e cooperazione militare e di definizione delle aree di competenza marittima nel Mediterraneo.

La notizia relativa al cessate il fuoco nell’Ovest della Libia, Tripoli compresa, è stata riferita, nella serata dell’11 gennaio, dal portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, attraverso una breve dichiarazione, in cui è stato specificato che la tregua dipenderà dalla risposta dei propri avversari, ovvero le forze dell’esercito tripolino, e che, in caso di violazione, vi sarà una dura reazione. Tale mossa giunge dopo che il generale Haftar si era rifiutato, il 9 gennaio, di accettare il cessate il fuoco su Tripoli promosso dal presidente russo, Vladimir Putin, e l’omologo turco, Erdogan.  

Questi ultimi si erano incontrati l’8 gennaio, in occasione dell’inaugurazione del gasdotto Turkish Stream. A margine del meeting, Ankara e Mosca avevano rilasciato una dichiarazione congiunta, in cui avevano invitato tutte le parti impegnate in Libia a cessare le ostilità, a partire dalle 00:00 del 12 gennaio 2020. L’obiettivo è riportare stabilità e normalità a Tripoli e nelle altre città libiche, per far sì che tutti possano sedersi al tavolo delle trattative e porre fine alle sofferenze, con il fine ultimo di garantire pace e prosperità. Il cessate il fuoco, intrapreso domenica 12 gennaio, ha placato i violenti combattimenti e gli attacchi aerei, ma le due fazioni si sono accusate a vicenda circa la sua violazione.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 12 dicembre scorso, Haftar aveva annunciato l’inizio di una nuova “battaglia decisiva”. Per la quarta volta in nove mesi, il generale aveva affermato che era giunto il momento di liberare Tripoli da “traditori e terroristi”, dichiarando altresì di aver ordinato ai propri uomini di avanzare verso la capitale e che l’operazione militare non sarebbe terminata fino a quando non sarebbero state smantellate le “milizie armate”. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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