Il Libano in rivolta perde il diritto di voto alle Nazioni Unite

Pubblicato il 13 gennaio 2020 alle 13:51 in Libano Medio Oriente

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Pioggia e freddo non hanno fermato la popolazione libanese riunitasi, il 12 gennaio, in segno di protesta davanti alla sede del Parlamento, nella capitale Beirut. “In rivolta contro la corruzione” lo slogan principale.

Secondo quanto riferito da al-Arabiya, diversi gruppi di manifestanti si sono altresì radunati in piazza al-Najma, sempre nel centro di Beirut, nella tarda serata del 12 gennaio, dove le forze di sicurezza sono intervenute per liberare le strade bloccate nei dintorni. Il popolo continua a richiedere la formazione di un nuovo governo, composto da tecnocrati in grado di risanare la grave situazione economica in cui versa il Paese. Allo stesso tempo, si richiedono altresì le scuse del premier designato per tale missione, Hassan Diab, ritenuto responsabile per aver messo in atto misure di sicurezza troppo severe.

Un’altra città interessata da manifestazioni è stata Hermel, situata nel Nord del Paese, a circa 140 km da Beirut, dove gli attivisti hanno criticato, in particolare, le politiche adottate dal governo negli ultimi anni che, secondo la popolazione, hanno portato all’impoverimento del Libano. È stato altresì messo in luce il conseguente aumento dei prezzi di carburante ed il “folle aumento” del tasso di cambio del dollaro. “Non pagheremo il prezzo”, “Il Paese sta crollando, vogliamo un governo indipendente e un piano di salvataggio” è stato affermato dai manifestanti libanesi.

La popolazione libanese è scesa in piazza a partire dal 17 ottobre, chiedendo le dimissioni del governo, una nuova legge elettorale ed elezioni anticipate, con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Uno dei risultati è stato rappresentato dalle dimissioni del premier Saad Hariri, del 29 ottobre scorso, cui hanno fatto seguito settimane di attesa per una personalità indipendente in grado di assumere la guida del governo. Un ex ministro dell’Istruzione, Hassan Diab, il 19 dicembre, ha ricevuto l’incarico dal presidente libanese, Michel Aoun, di formare un nuovo governo per il Paese. Tuttavia, sono diversi gli ostacoli che continuano ad impedire a Diab di presentare un esecutivo, presentatisi sia all’interno dei diversi blocchi ed alleanze politiche sia tra le piazze del Libano.

Parallelamente, il Paese continua ad essere caratterizzato da una grave crisi economica, considerata la peggiore dalla guerra civile del 1975- 1990. Il forte quadro di instabilità economica e politica ha portato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a sospendere temporaneamente la possibilità di voto per il Libano, in quanto impossibilitato a regolare le somme dovute, pari a circa 400.000 dollari. L’annuncio è del 10 gennaio scorso, data in cui il portavoce della Nazioni Unite, Stephane Dujjaric, ha riferito che sette Paesi non sono riusciti a pagare le proprie quote e, di conseguenza, hanno perso il proprio diritto di voto nell’ambito dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Tra gli Stati membri colpiti, anche Somalia, Yemen e Venezuela.

Di fronte a tale decisione, l’11 gennaio, il Ministero degli Esteri libanese si era detto rammaricato per essere venuto meno agli obblighi verso l’Onu e aveva sottolineato come sarebbero state la reputazione ed il prestigio del Paese ad averne subito le conseguenze. In tale quadro, anche la popolazione ha mostrato il proprio risentimento contro il ministro degli Esteri, Gibran Basil, responsabile delle relazioni tra Libano e Nazioni Unite. Quest’ultimo, però, non si è ritenuto direttamente responsabile dell’accaduto. Tuttavia, il 13 gennaio, il quotidiano Lebanon24 ha riportato la dichiarazione dell’ambasciatore libanese presso le Nazioni Unite, Amal Mudallali, secondo cui il Libano pagherà le somme dovute all’Onu e che il 14 gennaio ritornerà a votare.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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