Kashmir: arrestato ufficiale di polizia che collaborava con i ribelli

Pubblicato il 13 gennaio 2020 alle 11:00 in Asia India

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Un alto ufficiale di polizia è stato arrestato nel Kashmir amministrato dall’India, con l’accusa di aver aiutato i ribelli della regione, dopo che è stato fermato mentre trasportava 2 individui sospetti verso la città di Jammu. 

Il vice sovrintendente della polizia indiana, Davinder Singh, un ufficiale di lunga carriera in Kashmir, è stato arrestato dopo che la polizia ha intercettato la sua macchina nel Sud del Kashmir, la notte dell’11 dicembre, secondo quanto ha riferito il capo della polizia, Vijay Kumar. L’uomo stava trasportando due ribelli verso la città di Jammu. Tale arresto è parte di una “grande operazione”, secondo le forze di sicurezza, in cui altri agenti sono stati posti sotto sequestro. Tra questi c’è Naveed Mushtaq Baba, che è stato definito un comandante di spicco del più grande gruppo ribelle del Kashmir, Hizbul Mujahideen. Secondo le autorità indiane, Singh è stato trattato come un ribelle e interrogato congiuntamente da tutte le agenzie d’intelligence.

Il caso ha sconvolto l’apparato di sicurezza indiano che amministra la regione del Kashmir, dove i ribelli hanno condotto per decenni una campagna armata chiedendo l’indipendenza o un’annessione con il Pakistan, che amministra l’altra parte del Kashmir. Singh da parte sua, aveva prestato servizio nello Special Operations Group della polizia, una temuta unità di contro-insurrezione che è stata accusata dai gruppi per la tutela dei diritti umani di aver effettuato esecuzioni sommarie, torture e stupri. I media indiani hanno riferito che un aspirante terrorista, Afzal Guru, impiccato nel 2013 per aver pianificato un attacco del 2001 contro il parlamento indiano, aveva già denunciato la collaborazione di Singh con gli insorti della regione. L’agente gli aveva chiesto di accompagnare 1 ribelle a Nuova Delhi e di organizzare il suo soggiorno nella città. Di recente, l’agente ha lavorato nell’unità anti-dirottamento dell’aeroporto di Srinagar, una delle strutture maggiormente sorvegliate dell’India.

Il Kashmir vive una situazione di tensione da decenni a causa delle rivendicazioni di India e Pakistan. Il clima si è fatto sempre più teso a partire dal  5 agosto 2019, quando il governo indiano ha abolito lo status speciale della parte indiana della contesa regione, citando ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste. Alcune di queste sono state caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Il gruppo per la tutela dei diritti umani, Amnesty International, ha affermato che la situazione in Kashmir è “senza precedenti” nella recente storia della regione. Secondo l’organizzazione le detenzioni e la repressione del dissenso hanno contribuito a “diffondere paura e alienazione” nella regione. 

La repressione di agosto 2019 ha suscitato critiche internazionali diffuse. Una di queste è arrivata dalla leader tedesca, Angela Merkel, che ha dichiarato che la situazione in Kashmir “non è sostenibile”. Diplomatici di diversi altri Paesi hanno dichiarato di aver sollevato privatamente preoccupazioni sulla tutela dei diritti umani nella regione. L’accesso all’area per gli osservatori stranieri, compresi diplomatici, gruppi per i diritti e giornalisti, è strettamente controllato. A nessun reporter era stato permesso l’accesso all’area per seguire le proteste a partire da agosto del 2019. Anche oggi, agli inviati stranieri vengono fornite scorte di polizia, apparentemente per la loro stessa sicurezza, secondo quanto ha riferito un diplomatico che ha visitato frequentemente la regione prima di agosto, e raramente ha ottenuto il permesso di viaggiare fuori dalla città principale di Srinagar. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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