Hong Kong: negato l’ingresso al direttore di Human Rights Watch

Pubblicato il 13 gennaio 2020 alle 10:03 in Asia Hong Kong

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Il direttore generale di Human Rights Watch (HRW), Kenneth Roth, ha dichiarato che le autorità di Hong Kong gli hanno negato l’accesso al Paese, dove era previsto il lancio dell’ultimo rapporto mondiale dell’organizzazione. 

Il direttore del gruppo, ha riferito, il 12 dicembre, che era la prima volta che veniva bloccato all’aeroporto di Hong Kong e che, in passato, era entrato liberamente. L’organizzazione sta per lanciare il rapporto del 2020, in cui si analizzano gli sforzi della Cina per “minare deliberatamente il sistema internazionale dei diritti umani”, secondo quanto ha riferito Roth in un video pubblicato su Twitter. “Quest’anno spieghiamo come il governo cinese sta minando il sistema internazionale dei diritti umani. Ma le autorità hanno appena bloccato il mio ingresso a Hong Kong, illustrando il peggioramento della situazione”, ha affermato Roth, aggiungendo che i funzionari hanno giustificato la decisione citando unicamente “motivi legati all’immigrazione “. Il nuovo report dell’organizzazione, che analizza la situazione relativa alla tutela dei diritti umani in tutti i Paesi del mondo, doveva essere reso pubblico il 15 gennaio. A seguito del mancato ingresso ad Hong Kong, Roth lancerà il rapporto il 14 gennaio presso la sede delle Nazioni Unite a New York, secondo quanto ha affermato l’organizzazione in una nota.

Il 2 dicembre, la Cina aveva minacciato l’imposizione di sanzioni contro le organizzazioni che Pechino ritiene si fossero “comportate male” in relazione alle proteste antigovernative che stanno sconvolgendo Hong Kong da più di 7 mesi. Le misure restrittive avrebbero interessato HRW, il National Endowment for Democracy e Freedom House. Interrogato sulla questione, il governo di Hong Kong non ha fornito una spiegazione relativa al negato accesso del direttore di Human Rights Watch. “Questa deludente azione è un altro segno del fatto che Pechino sta rafforzando la sua stretta opprimente su Hong Kong e minando ulteriormente la libertà limitata di cui godono i cittadini di Hong Kong sotto il modello noto come un Paese, due Sistemi”, ha dichiarato Roth. 

Le proteste ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo 2019 e hanno raggiunto il proprio apice nel mese di giugno dello stesso anno. Al centro della violenta ondata di mobilitazione, un controverso disegno di legge che avrebbe consentito l’estradizione dei cittadini di Hong Kong verso Taiwan, Macao e la Cina continentale. La proposta è stata ritirata, ma dopo pochi mesi, le manifestazioni si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Il governo di Hong Kong ha respinto altre richieste dei manifestanti, tra cui l’amnistia di attivisti detenuti, l’avvio di un’indagine indipendente sui presunti eccessi della polizia e il rilancio del processo di riforma politica in senso democratico. Con il passare del tempo, le manifestazioni sono diventate sempre più frequenti e violente.

Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997, anno in cui ha perso il suo status di colonia britannica. I rapporti tra Pechino e la città sono regolati dalla Basic Law, una mini-Costituzione prodotta nel corso delle trattative sino-britanniche dell’epoca, in cui Hong Kong è definita una “regione amministrativa speciale” della Repubblica Popolare Cinese. Il documento sarà in vigore fino al 2047. Secondo quanto rivelato da un sondaggio condotto per Reuters dal Public Opinion Research Institute di Hong Kong, il 59% della popolazione della regione si è detta a sostegno dei movimenti di protesta. Pechino, da parte sua, nega una propria ingerenza negli affari di Hong Kong, e accusa l’Occidente per aver ulteriormente alimentato le manifestazioni.

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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