Rep. Dem. del Congo: violenze etniche equiparabili a crimini contro l’umanità

Pubblicato il 12 gennaio 2020 alle 6:45 in Africa Rep. Dem. del Congo

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Secondo le Nazioni Unite, i ripetuti omicidi, abusi e stupri e le “violenze barbariche” commesse da un gruppo armato nella Repubblica Democratica del Congo contro un’etnia rivale potrebbero equivalere a crimini contro l’umanità e forse persino a genocidio. Gli attacchi, che avvengono nella provincia di Ituri, colpiscono principalmente i pastori Hema, in conflitto da diversi anni con gli agricoltori Lendu per i diritti di pascolo e la rappresentanza politica. I ribelli Lendu effettuano attacchi sistematici e diffusi, cercando di “infliggere un trauma duraturo” agli Hema e di allontanarli da quelle che considerano le loro terre ancestrali. È quanto si legge nel rapporto prodotto dall’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite e pubblicato venerdì 10 gennaio. “La natura diffusa e sistematica delle offensive è sicuramente caratteristica dei crimini contro l’umanità”, ha detto il portavoce dei diritti umani dell’ONU, Rupert Colville, durante un briefing. I Lendu hanno inoltre acquisito molte delle armi da fuoco da loro utilizzate dopo averle sequestrate dai militari dell’esercito.

“La barbarie che caratterizza gli attacchi, come la decapitazione di donne e bambini con machete, lo smembramento e la rimozione di parti del corpo delle vittime esposte come trofei di guerra, riflette il desiderio degli aggressori di infliggere traumi duraturi alle comunità Hema e di costringerli a fuggire dai loro villaggi “, afferma il rapporto. “Alcuni elementi che costituiscono genocidio, una rara designazione ai sensi del diritto internazionale, possono essere presenti” aggiunge.

L’esercito e la polizia delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo non sono riusciti a fermare la violenza. Secondo il rapporto dell’ONU, le autorità di Kinshasa devono schierare più agenti e indagare in maniera più approfondita sugli abusi.

Diversi gruppi armati operano nelle regioni orientali del Paese africano nonostante la presenza della missione delle Nazioni Unite, una delle più grandi del continente. Ciò ha diffuso un generale risentimento della popolazione nei confronti del personale ONU, accusato di non essere in grado di proteggere adeguatamente i cittadini e di non fare abbastanza per fermare la minaccia dei gruppi armati. Le tensioni tra civili da una parte e forze di sicurezza e agenti della MONUSCO dall’altra sono iniziate il 25 novembre. Gli abitanti di Beni, stanchi delle continue incursioni, hanno avviato una serie di proteste contro le forze di sicurezza e il personale della missione di peacekeeping, distruggendo e dando fuoco a diversi edifici. La polizia ha usato gas lacrimogeni e colpi di avvertimento per disperderli. 

Nel frattempo, i gruppi armati continuano a seminare il terrore nella regione e ad aggravare la sicurezza dell’area, resa ancora più instabile negli ultimi giorni dalle continue manifestazioni. Si stima che circa 160 formazioni ribelli, con un totale di oltre 20.000 combattenti, siano ancora attivi nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Negli ultimi 20 anni, le Nazioni Unite hanno cercato di stabilizzare la situazione del Paese africano dispiegando una forza di pace di circa 15.000 persone. Tuttavia, si tratta nella maggior parte dei casi di agenti con un mandato limitato e ciò può spiegare, da un certo punto di vista, la loro scarsa esperienza nel difendere i civili.

Il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, eletto a gennaio 2019, sta tentando di riportare la stabilità nelle regioni orientali del Paese, dove sono frequenti anche gli scontri armati tra vari gruppi etnici. Diversi membri delle milizie si sono arresi, sono stati catturati o sono rimasti uccisi ma la violenza persiste, soprattutto nella provincia di Nord Kivu, a Sud di Ituri.

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Chiara Gentili

di Redazione

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