Marocco: attivisti protestano contro le violazioni alla libertà di parola

Pubblicato il 11 gennaio 2020 alle 7:38 in Africa Marocco

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In Marocco, numerosi attivisti per i diritti umani hanno denunciato l’assalto alla libertà di espressione nel loro Paese citando i casi di 15 persone, tra giornalisti, bloggers e cantanti, arrestati negli ultimi mesi con l’accusa di aver criticato la monarchia. Per dimostrare supporto ai detenuti, imponenti manifestazioni sono state organizzate, tra giovedì 9 e venerdì 10 gennaio, davanti al Parlamento di Rabat, chiedendo la scarcerazione di tutti i 15 marocchini. Le proteste sono giunte in seguito alla pubblicazione di un rapporto, da parte della Commissione di Solidarietà Nazionale, nel quale viene esplicitamente dimostrato l’incremento di operazioni, messe in atto nel corso del 2019 dalle autorità del Paese nordafricano, per reprimere il dissenso e la libertà di espressione. Le misure hanno colpito soprattutto i social media, da molti considerati come una delle poche piattaforme rimaste ai marocchini per potersi esprimersi liberamente.

I 15 individui arrestati negli ultimi mesi stanno affrontando processi o condanne con accuse che variano dall’insulto al re e alle istituzioni del regime alla pubblicazione di canzoni rap dal testo controverso e ritenuto “offensivo” dell’ordine sociale. Secondo il rapporto della Commissione, solo a dicembre 2019, i tribunali del Marocco hanno condannato al carcere 6 persone, incluso uno studente liceale, per questo tipo di crimini. Le condanne vanno da 6 mesi fino a 4 anni di prigione. Ayoub Mahfoud, il 18enne di Meknes accusato di aver ripostato su Facebook alcune parole di una canzone accusata di criticare il regime marocchino, ha ricevuto, il 17 dicembre, la pena a 3 anni di carcere. La canzone, “Aach al Chaab”, che in arabo significa “lunga vita al popolo”, è stata scritta dal famoso rapper marocchino Mohamed Mounir, noto come Gnawi, anch’egli già condannato a novembre a un anno di carcere per “insulti contro la polizia”. Più recentemente, il 4 gennaio, un altro ragazzo marocchino, Hamza Asbaar, di 19 anni, ha ricevuto la condanna a 4 anni di carcere per aver scritto una canzone rap il cui testo recita: “La libertà di parola è uno dei diritti umani fondamentali”.  

L’ONG Reporters Without Borders, che misura i livelli di libertà di stampa in diversi Paesi, posiziona il Marocco al 135esimo posto su 180, nella classifica mondiale. Il numero di arresti correlati a presunte violazioni della libertà di espressione è più che raddoppiato negli ultimi 20 anni, secondo quanto testimoniato da un giornalista e attivista marocchino, Omar Radi, lui stesso accusato di aver criticato il regime. La vicenda di Radi è iniziata diversi mesi fa, ad aprile, quando su Twitter aveva condannato il verdetto del magistrato in base al quale si condannavano a 20 anni di prigione molti dei maggiori manifestanti del movimento Hirak. Si tratta di un gruppo che, da ottobre 2016, porta avanti una serie di manifestazioni, più o meno pacifiche, nella regione settentrionale del Rif, chiedendo riforme economiche e sociali, opportunità di lavoro, infrastrutture migliori, ospedali e servizi sanitari più efficienti. La decisione del giudice, ritenuta sproporzionata rispetto all’entità del reato, ha attirato le critiche di numerose organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Dopo il tweet di aprile, Radi è stato immediatamente convocato dalla polizia per riferire sul gesto, in un interrogatorio durato diverse ore. Successivamente rilasciato, l’uomo non è stato più informato sull’esito delle indagini fino al 26 dicembre, quando il pubblico ministero ha deciso di condannarlo con l’accusa di “insulto a un dipendente pubblico”. La seconda udienza, inizialmente prevista per il 2 gennaio 2020, è stata recentemente rimandata al 5 marzo.

Il portavoce del governo di Rabat, Hassan Abyaba, ha riferito ai giornalisti, giovedì 9 gennaio, che “esiste una differenza tra libertà di parola e commettere reati”. “Ogni cittadino, sia un dottore, un insegnante o un giornalista, se commette dei reati, deve essere punito dalla legge”, ha chiarito Abyaba.

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Chiara Gentili

di Redazione

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