L’Europa prova ancora a salvare l’accordo con l’Iran

Pubblicato il 11 gennaio 2020 alle 12:43 in Europa Iran

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Bruxelles ha ospitato, il 10 gennaio, un vertice straordinario tra i ministri degli Esteri dell’Unione Europea per discutere delle tensioni che attualmente caratterizzano il panorama internazionale. Tra queste, quelle che coinvolgono Iran e Stati Uniti.

Tra i partecipanti, anche il Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg. Di fronte alle continue minacce iraniane relative ad un proprio allontanamento dall’accordo sul nucleare del 2015, l’Europa ha deciso di non prendere ancora alcuna misura a riguardo. Da un lato, l’Iran afferma di voler ulteriormente arricchire l’uranio. Dall’altro lato, i ministri europei hanno escluso, per il momento, l’idea di avviare un processo di risoluzione delle controversie che potrebbe portare a nuove sanzioni da parte delle Nazioni Unite contro la Repubblica Islamica.

“La regione non può permettersi un’altra guerra, chiediamo una de-scalation immediata e la massima moderazione” sono state le parole dell’Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza comune, Josep Borrell, a seguito del meeting da lui stesso presieduto. Secondo quanto riferito, l’Unione Europea continua a ribadire il proprio impegno nel preservare l’accordo sul nucleare iraniano, sebbene sia consapevole che questo potrebbe essere destinato a morire. “Senza questo accordo, l’Iran oggi sarebbe una potenza nucleare” ha altresì affermato Borrell, il quale ha dichiarato che negoziare un nuovo accordo sarebbe difficile e richiederebbe molto tempo. Tuttavia, l’intesa del 2015, è stato riportato, è ancora essenziale per preservare la stabilità regionale e, pertanto, l’Iran è stato invitato ad adempiervi.

Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è un accordo siglato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania ed i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, con cui si prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è ritirato da tale intesa unilateralmente l’8 maggio 2018, imponendo nuovamente sanzioni contro Teheran, e causando una frattura più profonda nei loro rapporti. Tale mossa da parte di Washington ha creato un clima di tensione acuitosi particolarmente nelle ultime settimane. Dal canto suo, Teheran, nel corso del 2019, ha condotto operazioni verso un graduale allontanamento dall’accordo. Non da ultimo, il 5 gennaio 2020, sono giunte nuove minacce relative ad ulteriore arricchimento dell’uranio, a seguito dell’uccisione del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, avvenuta il 3 gennaio a causa di un raid ordinato da Trump. Allo stesso tempo, l’Iran si è più volte detto disposto a ritornare indietro sui suoi passi, se gli USA rimuoveranno quelle sanzioni che hanno rallentato gran parte del commercio di petrolio, linfa vitale di Teheran.

L’Iran ha ripetutamente negato che il suo programma nucleare abbia scopi militari. Tuttavia, il Paese ha violato molte delle restrizioni, volte ad aumentare il tempo necessario per accumulare abbastanza materiale fissile e produrre, di conseguenza, bombe atomiche. Non da ultimo, in una lettera di tre pagine in circolazione dal 4 dicembre, Regno Unito, Francia e Germania hanno rivelato che l’Iran stava sviluppando un nuovo sistema di missili balistici. Si tratta di Shabab-3, un missile balistico a medio raggio dotato di veicoli di rientro, che sarebbe in grado di raggiungere anche Israele o i confini dell’Europa occidentale, e di abbattere sistemi di difesa missilistica tradizionali. Inoltre, i7 novembre, l’Agenzia iraniana per l’Energia atomica aveva reso noto che Teheran aveva dato inizio alle procedure di arricchimento dell’uranio presso l’impianto sotterraneo di Fordow. Come specificato anche dal presidente iraniano, Hassan Rouhani, si era trattato della quarta mossa verso una graduale riduzione degli impegni.

Da parte europea si è cercato, a più riprese, di salvare l’accordo. Non da ultimo, il 2 settembre scorso, nel corso di una riunione tenutasi a Parigi con una delegazione iraniana, la Francia ha offerto all’Iran una linea di credito dal valore di 15 miliardi di dollari, in cambio del completo rispetto dell’accordo del nucleare. Nonostante l’opposizione da parte degli Stati Uniti, Parigi avrebbe voluto contribuire ad alleviare le conseguenze negative per l’economia iraniana, derivanti dall’imposizione delle sanzioni statunitensi, garantendo entrate petrolifere.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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