USA: la Camera vota per limitare i poteri di guerra del presidente

Pubblicato il 10 gennaio 2020 alle 10:13 in Iran USA e Canada

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La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un provvedimento che costringerebbe il presidente, Donald Trump, a chiedere l’autorizzazione al Congresso per intraprendere ulteriori azioni militari contro l’Iran. 

La mozione è stata approvata, il 9 gennaio, con 224 voti a favore e 194 contrari. Il provvedimento arriva in un momento in cui i democratici, che rappresentano la maggioranza alla Camera, insistono sulla necessità che il presidente coinvolga il Congresso nelle decisioni militari contro l’Iran, a seguito degli eventi del 3 gennaio, in cui Trump ha ordinato un raid aereo che ha poi causato la morte di un generale iraniano, Qassem Soleimani. Il rischio di escalation è stato particolarmente alto e la tensione non è ancora del tutto diminuita. L’8 gennaio l’esercito iraniano ha risposto con l’attacco di alcune basi irachene che ospitano personale statunitense, senza fare vittime. Gli Stati Uniti hanno reagito a loro volta con un aumento delle sanzioni, ma Teheran minaccia nuove operazioni militari. 

In tale contesto, i democratici vogliono assicurarsi un maggior controllo sulla situazione, che ha toccato punti di criticità molto alti. Tuttavia, i rappresentanti del partito repubblicano sostengono che i colleghi stanno mettendo in difficoltà il presidente, in un momento in cui dovrebbero mostrare compattezza e pugno forte contro il terrorismo. Il raid del 3 gennaio contro l’aeroporto di Baghdad, in cui Soleimani è deceduto, è stato ordinato senza consultare i rappresentanti statunitensi. Solo il giorno dopo, il 4 gennaio, la Casa Bianca ha inviato al Congresso una notifica formale relativa all’attacco. Ai sensi di una legge statunitense del 1973, chiamata War Powers Act, l’amministrazione ha l’obbligo di notificare al Congresso l’eventuale impiego delle forze armate in azioni militari, ma questa deve avvenire entro 48 ore dall’inizio dell’operazione. Dal canto loro, i democratici hanno criticato Trump, affermando che il presidente non ha informato i legislatori né cercato approvazione prima di agire. 

“Se i nostri cari verranno inviati a combattere in una guerra prolungata, il presidente deve spiegarlo al pubblico americano”, ha dichiarato la deputata Elissa Slotkin, rappresentante democratica del Michigan, ex agente della CIA e analista del Pentagono specializzata in milizie sciite. La Slotkin è tra le promotrici del provvedimento per limitare i poteri di guerra del presidente. La misura, ha aggiunto, “ci consente di iniziare tale dibattito, come volevano i nostri fondatori”. Di fronte a questo provvedimento, Trump si è scagliato contro la portavoce della Camera, Nancy Pelosi, e ha sollecitato i repubblicani a votare contro “la pazza risoluzione sui poteri di guerra di Nancy Pelosi”. In una forte dimostrazione di lealtà, i repubblicani hanno seguito le indicazioni del presidente dichiarando che mettere in dubbio le azioni dell’esecutivo contro l’Iran è pericoloso e non patriottico. La rappresentante repubblicana Liz Cheney ha personalmente criticato Nancy Pelosi per aver definito l’attacco contro Soliemani una “provocazione inutile”. 

Tuttavia, anche alcuni repubblicani avevano mostrato segni di insofferenza a seguito di una riunione top secret sulla crisi iraniana tenuta dai funzionari dell’amministrazione Trump, l’8 gennaio. L’incontro si è svolto a porte chiuse, al fine di aggiornare il Congresso in relazione all’attacco statunitense del 3 gennaio e alla conseguente crisi con Teheran. Il senatore Mike Lee, repubblicano dello Utah, è uscito dall’incontro visibilmente arrabbiato, secondo il New York Times, e si è lamentato delle vuote assicurazioni dell’esecutivo sul fatto che i legislatori saranno consultati in futuro. “Le notifiche al momento dei fatti, quelle dopo i fatti, e i briefing scadenti come quello che abbiamo appena ricevuto non sono adeguati”, ha affermato. Anche il senatore Rand Paul, repubblicano del Kentucky, è apparso altrettanto insoddisfatto. “Non ho imparato nulla durante l’udienza che non avevo già letto sui giornali”, ha riferito. Il deputato Gerald E. Connolly, democratico della Virginia, ha definito il briefing “assolutamente non convincente”, e il senatore Chris Van Hollen, democratico del Maryland, ha dichiarato che i “fatti forniti non supportano l’affermazione dell’amministrazione secondo cui ci sarebbe stato un imminente rischio di attacco”. 

Tuttavia, i due senatori repubblicani, Lee e Paul, rappresentano una minoranza del partito. Gli altri rappresentanti hanno, invece, elogiato l’amministrazione Trump per l’aggiornamento sulla crisi iraniana. “È stato ben fatto”, ha affermato il senatore Marco Rubio, repubblicano della Florida. “Penso che abbiano fatto un ottimo lavoro nel delineare la logica alla base sia della decisione di inseguire Soleimani sia della risposta all’attacco iraniano di ieri”, ha aggiunto. Anche il senatore Jim Risch, repubblicano dell’Idaho, ha affermato che le informazioni fornite erano “cristalline” e che l’amministrazione aveva fatto la scelta giusta nel decidere di “eliminare Soleimani”. Al briefing hanno partecipato anche il segretario alla Difesa, Mark T. Esper, il segretario di Stato, Mike Pompeo, e il direttore della C.I.A., Gina Haspel.

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Maria Grazia Rutigliano  

di Redazione

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