Libia: Haftar rifiuta il cessate il fuoco, Ankara continua a reclutare siriani

Pubblicato il 10 gennaio 2020 alle 10:16 in Africa Libia

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Il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, ha respinto l’iniziativa turco-russa relativa ad un cessate il fuoco a partire dal 12 gennaio.  

In particolare, il generale ha ribadito la propria intenzione di continuare l’offensiva contro la capitale Tripoli, fino a quando non sarà liberata da coloro che ha definito “gruppi terroristici” e “milizie armate”, riferendosi alle forze del governo tripolino, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). Dal canto suo, il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, in una dichiarazione rilasciata nella sera del 9 gennaio, ha affermato che le forze dell’esercito di Haftar continueranno la loro battaglia contro i gruppi terroristici, riconosciuti dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, sottolineando che “non c’è modo di stabilire uno Stato civile se non eliminandolo completamente “.

Inoltre, al-Mismari ha dichiarato che sono tali gruppi ad aver sequestrato la capitale, grazie anche all’appoggio ricevuto da alcuni Paesi e governi, i quali forniscono loro attrezzature militari, munizioni e diversi tipi di armi, e reclutano terroristi da impiegare nelle battaglie contro l’LNA. Sebbene abbia accolto con favore gli sforzi di Mosca, volti a riportare pace e stabilità in Libia, al-Mismari ha sottolineato che parlare di un processo politico efficace, che porti alla formazione di un governo in grado di rispettare le volontà delle diverse parti libiche, non sarà possibile fino a quando le milizie non verranno sciolte e disarmate. A detta del portavoce, si tratta ormai di una domanda nata a livello sia nazionale sia internazionale, in cui si invitano le parti coinvolte a mettere in atto tutte le disposizioni in materia di sicurezza, volte a riportare la stabilità in Libia e intraprendere un processo politico.

L’invito al cessate il fuoco da parte di Mosca e Ankara è giunto l’8 gennaio, nel corso di un incontro tra il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, in occasione dell’inaugurazione del gasdotto Turkish Stream. A margine del meeting, le due parti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, in cui viene affermato che, in qualità di mediatori, Russia e Turchia invitano tutte le parti impegnate in Libia a cessare le ostilità, a partire dalle 00:00 del 12 gennaio 2020. L’obiettivo è riportare stabilità e normalità a Tripoli e nelle altre città libiche, per far sì che tutti possano sedersi al tavolo delle trattative e porre fine alle sofferenze, con il fine ultimo di garantire pace e prosperità.

Nel frattempo, l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani continua a monitorare il trasferimento di combattenti filoturchi dalla Siria alla Libia, destinati a partecipare alle battaglie contro l’LNA, a fianco dell’esercito tripolino. Si tratta di militanti delle divisioni di Sultan Murad, un gruppo armato di ribelli attivo nella guerra civile siriana, supportato dalla Turchia e allineato con l’opposizione siriana, di Suleyman Shah e di al-Mu’tasim, una fazione affiliata all’Esercito Siriano Libero, una forza armata che mira a rovesciare il presidente siriano, Bashar al-Assad. Ankara, a detta dell’Osservatorio, garantisce a questi mercenari passaporto turco, incentivi e uno stipendio mensile pari a circa 2.000 dollari. Tra le prime vittime sul suolo libico, vi è un giovane combattente, di 18 anni, proveniente da Sultan Murad, morto, il 5 gennaio, mentre combatteva con gli altri membri delle forze tripoline.

Stando ai dati aggiornati all’8 gennaio, sono almeno 260 i combattenti siriani giunti in Libia negli ultimi giorni. Questi appartengono tutti dalla fazione di “al-Sham Corps” e provengono principalmente dalla città di Homs. Si prevede che altri 300 combattenti verranno presto trasferiti dagli accampamenti turchi verso Tripoli. Secondo alcune fonti dell’Osservatorio Siriano, circa 1000 combattenti sono stati già inviati in Libia, dal 30 dicembre scorso. Altre 1700 reclute sono in fase di addestramento presso accampamenti turchi.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 12 dicembre scorso, Haftar ha annunciato l’inizio di una nuova “battaglia decisiva”. Per la quarta volta in nove mesi, il generale ha affermato che è giunto il momento di liberare Tripoli da “traditori e terroristi”, dichiarando altresì di aver ordinato ai propri uomini di avanzare verso la capitale e che l’operazione militare non terminerà fino a quando non verranno smantellate le “milizie armate”. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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