Libano: il Paese dai due premier, ancora in preda alla peggiore crisi economica

Pubblicato il 10 gennaio 2020 alle 11:45 in Libano Medio Oriente

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Il Libano continua ad essere caratterizzato da una grave crisi economica, la peggiore dalla guerra civile del 1975- 1990, a cui si aggiunge una forte instabilità politica. Stando ai dati del 9 gennaio, il dollaro statunitense ha raggiunto la soglia di 2400 lire contro la valuta libanese.

Di fronte a tale quadro, il governatore della Banca Centrale libanese, Riad Salameh, il 9 gennaio, ha provato a tranquillizzare la popolazione libanese e gli investitori, affermando che l’economia libanese non è ancora prossima al collasso e che le banche non andranno in bancarotta. Di conseguenza, i depositi dei cittadini libanesi sono da considerarsi al sicuro. Tuttavia, ha riferito Salameh, il Paese necessita di un sostegno esterno per superare la grave crisi in cui versa attualmente.

In realtà, già nel 2018, è stato specificato, diversi donatori stranieri si sono offerti di finanziare progetti in Libano, ma la mancata attuazione delle riforme economiche necessarie non ha consentito loro di mantenere le promesse. Le donazioni previste ammontano a circa 11 miliardi di dollari, provenienti altresì da alcuni Paesi del Golfo. Salameh ha poi riferito di auspicare a contatti anche con il Fondo Monetario Internazionale, fino ad ora limitati, attraverso cui spera di ottenere consigli sulle prossime mosse da attuare.

Cercando di rassicurare i depositanti, preoccupati dai severi controlli sui loro capitali, Salameh ha affermato che la Banca centrale dispone di 31 miliardi di liquidità e che presto interverrà per garantire a tutti la quantità di dollari di cui si necessita. Dopo la forte mobilitazione popolare, scoppiata il 17 ottobre 2019, le banche hanno imposto restrizioni, nel tentativo di impedire la fuga di capitali, definendo limiti sui prelievi in dollari e bloccando la maggior parte dei trasferimenti all’estero. Ciò ha causato diversi problemi soprattutto nelle importazioni di beni, tra cui anche carburante e medicinali.

La popolazione libanese è scesa in piazza a partire dal 17 ottobre, chiedendo le dimissioni del governo, una nuova legge elettorale ed elezioni anticipate, con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Uno dei risultati è stato rappresentato dalle dimissioni del premier Saad Hariri, del 29 ottobre scorso, cui hanno fatto seguito settimane di attesa per una personalità indipendente in grado di assumere la guida del governo. Un ex ministro dell’Istruzione, Hassan Diab, il 19 dicembre, ha ricevuto l’incarico dal presidente libanese, Michel Aoun, di formare un nuovo governo per il Paese. Tuttavia, sono diversi gli ostacoli che continuano ad impedire a Diab di presentare un esecutivo, presentatisi sia all’interno dei diversi blocchi ed alleanze politiche sia tra le piazze del Libano.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Lebanon24, sino ad ora non è ancora possibile comprendere quale sarà il destino politico del Paese. Da un lato, Diab, definito un premier “inciampato”, potrebbe riuscire a farsi strada tra i diversi ostacoli. Dall’altro, potrebbe essere Hariri a ritornare alla ribalta, nonostante sia ritenuto il responsabile della situazione attuale. Tuttavia, spiega il quotidiano, il quadro politico libanese risulta essere anomalo, vista la presenza di due capi di governo, uno dimessosi, l’altro ufficialmente incaricato. Di fatto, però, nessuno dei due ha assunto alcun potere, e il Libano continua ad essere privo di una figura in grado di gestire la crisi.

In passato Hariri, spiega Lebanon24, ha più volte fatto affidamento sugli aiuti economici esterni, sin dalla conferenza Cedar del mese di aprile 2018. Tuttavia, il premier non si è reso conto, a detta del quotidiano, di un panorama internazionale in continuo cambiamento, in cui le sanzioni imposte dall’amministrazione statunitense, con a capo Donald Trump, hanno spesso impedito un supporto occidentale o arabo al Libano, alla luce della presenza di Hezbollah. Quest’ultimo è considerato dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica, oltre ad essere sostenuto da Teheran, uno dei principali rivali di Washington. Secondo quanto riferito, al momento Hariri ritornerebbe, ma per formare un governo indipendente, ovvero quello auspicato dal popolo, ma soprattutto quello che gli consentirebbe di ricevere un maggiore sostegno a livello internazionale, essenziale per non peggiorare ulteriormente la situazione.

Nel frattempo, il popolo non è ancora soddisfatto di quanto ottenuto e si è detto determinato a proseguire nelle proteste fino a quando non verranno soddisfatte tutte le richieste e le figure politiche corrotte saranno portate in tribunale. Inoltre, si richiede un premier imparziale, che goda di ampio consenso e che sia in grado di guidare il Paese in un momento delicato. Tale figura, a detta dei libanesi, non è rappresentata da Diab, considerato “uno di loro”, ovvero membro della classe politica al potere.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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