Iraq: dalle proteste antigovernative alle rivolte contro l’Iran

Pubblicato il 10 gennaio 2020 alle 12:26 in Iraq Medio Oriente

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Numerosi manifestanti iracheni sono accorsi in piazza Tahrir, nel centro della capitale Baghdad, nella mattina del 10 gennaio, per partecipare al cosiddetto “venerdì di milioni”.

L’Iraq continua ad essere caratterizzato da una forte mobilitazione popolare, scoppiata il primo ottobre 2019. Tuttavia, sebbene i primi movimenti avessero un carattere antigovernativo, attualmente la popolazione irachena si ribella contro l’ingerenza iraniana ed una possibile trasformazione del Paese in un terreno di scontro tra Washington e Teheran.

Oltre a Baghdad, anche nel governatorato centrale di Babilonia la popolazione irachena si è riunita, inneggiando slogan come: “Né gli USA né l’Iran sono fratelli di sunniti e sciiti”. A Nassiriya e Dhi Qar, le forze di sicurezza sono state costrette a dispiegarsi per evitare che i movimenti di protesta sfociassero in una pericolosa escalation. Simili scenari hanno caratterizzato anche il governatorato meridionale di Bassora, dove gli abitanti hanno marciato per le strade sventolando bandiere irachene, urlando inni sia contro Washington sia contro Teheran. Nella notte tra il 9 e il 10 gennaio, a Kerbala, nel Sud dell’Iraq, gli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine hanno altresì causato diversi feriti, a causa dell’impiego di proiettili e gas lacrimogeni per disperdere la folla.

In tutte le province, la popolazione desidera esercitare maggiore pressione sul governo centrale, affinché agisca sia per limitare l’influenza di attori esterni, Iran in primis, sia per superare la fase di impasse a livello politico. Le proteste in Iraq hanno avuto inizio il primo ottobre, quando la popolazione è scesa in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime.  I manifestanti hanno da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e, all’8 gennaio, sono giunte al centesimo giorno.

A detta del governo, si tratta delle proteste più lunghe nella storia dell’Iraq, in cui più di 500 persone sono state uccise e più di 20.000 sono rimaste ferite. Tra i maggiori risultati vi sono le dimissioni del premier, attualmente in carica per un governo ad interim, Adel Abdul Mahdi, del 30 novembre scorso. Da tale data non si è riusciti a trovare una personalità in grado di assumere il mandato alla presidenza del governo di Baghdad. L’esecutivo richiesto dalla popolazione irachena dovrebbe essere indipendente da qualsiasi fazione politica al potere. Il futuro premier, per i manifestanti, dovrà essere caratterizzato da professionalità e competenza, non deve avere doppia cittadinanza e non deve avere assunto una posizione governativa o parlamentare dopo l’occupazione statunitense in Iraq nel 2003.

In tale quadro, nel corso di una sessione straordinaria del 5 gennaio, il Parlamento iracheno si è espresso su diverse decisioni che per i manifestanti non coincidono con gli interessi della nazione, ma che sono state dettate soprattutto dall’influenza iraniana. Gli attivisti hanno lanciato sui social una campagna intitolata “Il Parlamento non mi rappresenta”. Gli emendamenti contestati riguardano, in particolare, la fine della cooperazione con la coalizione internazionale anti-ISIS, a guida statunitense, e la fine della presenza degli Stati Uniti nel Paese. Per la popolazione irachena, ciò è il risultato di pressioni esercitate da Teheran e da cui potrebbero derivare danni per la sicurezza dell’Iraq.

La decisione del Parlamento iracheno si colloca a seguito della crescente tensione tra Stati Uniti e Iran, segnata da episodi che hanno coinvolto anche l’Iraq. In particolare, nelle prime ore dell’8 gennaio, Teheran ha condotto un attacco contro due basi irachene che ospitano truppe statunitensi, situate nei governatorati di al-Anbar ed Erbil. Il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena ha causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Successivamente, il 29 dicembre, l’esercito degli USA ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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