Anche la Giordania protesta: no al gas di Israele

Pubblicato il 10 gennaio 2020 alle 16:08 in Giordania Israele

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Gruppi di manifestanti sono scesi per le strade di Aqaba, città portuale nel Sud della Giordania che si affaccia sul Mar Rosso, per protestare contro l’accordo raggiunto dal Regno hashemita con una società statunitense, che prevede l’importazione di gas naturale proveniente da Israele.

In particolare, il primo gennaio 2020, la compagnia Noble Energy, con base in Texas, ha cominciato le attività di pompaggio, consentendo alla Giordania di ricevere le prime forniture “sperimentali” di gas naturale provenienti dal giacimento israeliano di Leviathan, situato a circa 130 km ad Ovest della città portuale di Haifa, sul Mar Mediterraneo. Sulla base dell’accordo raggiunto tra la Noble Energy e la National Electricity Company (NEPCO) giordana, nel 2016, le forniture sperimentali dureranno tre mesi ma si prevede che, successivamente, queste dureranno fino al 2035. Per il momento, l’obiettivo è testare le strutture prima di procedere con l’effettiva fornitura commerciale, secondo quanto riferito dalla stessa NEPCO.

L’accordo del 2016 prevede, da parte della Noble Energy, la fornitura di gas dal valore di 15 miliardi di dollari al Regno hashemita, per una quantità giornaliera pari a circa 300 milioni di piedi cubi. La Noble Energy fa parte di un consorzio composto altresì da Delek Drilling e Ratio, posto a controllo del maggiore giacimento di gas naturale israeliano, Leviathan, in cui, il 31 dicembre 2019 hanno avuto inizio le attività di pompaggio.

Da un lato, il governo giordano considera l’accordo stipulato un modo efficace per garantire la stabilità dei prezzi dell’energia per il prossimo decennio. Non da ultimo, sarà possibile risparmiare almeno 500 milioni di dollari all’anno e ciò risulta essere di estrema importanza in un Paese segnato da un deficit di bilancio cronico.

Dall’altro lato, la popolazione del Regno hashemita ritiene che l’accordo vada contro la sua volontà e, come accaduto anche il 3 gennaio, il 10 gennaio è scesa nuovamente in piazza in segno di protesta. Sebbene l’intesa sia stata raggiunta con compagnie private, secondo quanto specificato dal governo giordano, i manifestanti si oppongono alla ricezione di gas proveniente da Israele, considerato un nemico, il quale, inoltre, risulterebbe tra i maggiori beneficiari. Secondo il Fronte di Azione Islamica, partito di opposizione, si è di fronte ad un crimine contro la nazione e ad una “catastrofe nazionale” che rende il Regno ostaggio di Israele e pone il settore energetico del Paese, nonché il suo futuro, nelle mani della “occupazione sionista”.

Uno dei manifestanti di Aqaba, il 10 gennaio, ha affermato che la Giordania non ha bisogno di un accordo simile, in quanto il Regno si trova in una situazione di surplus di elettricità, pari a circa 1200 megawatt. Inoltre, il Paese ha altresì stipulato un accordo con l’Egitto, il quale si è impegnato a coprire metà del fabbisogno di gas naturale del Regno. Tale quota, aggiunta a quanto ricavato dal porto di Aqaba, sarebbe necessaria a soddisfare le esigenze della popolazione giordana.

Anche a Kerak gli abitanti hanno espresso il loro totale rifiuto verso l’accordo, definito “umiliante” e “vergognoso”, nonché “un attacco contro la popolazione sia giordana sia palestinese”, ed hanno invitato le autorità interessate ad annullarlo. Il rischio, è stato affermato, è che la Giordania possa poi normalizzare le proprie relazioni con Israele. Tale scenario ha interessato altresì Irbid, Zarqa, At-Tafila e la capitale Amman, dove sono stati centinaia i cittadini che hanno partecipato a marce e veglie di protesta.

Scoperto nel 2010, Leviathan ha la capacità di contenere circa 535 miliardi di metri cubici di gas naturale, oltre a 34.1 milioni di barili di condensato. La sua scoperta ha contribuito a rendere Israele un potenziale esportatore di energia a livello mondiale. Si prevede che la quantità di gas estratto dovrebbe raggiungere i 60 miliardi di metri cubi nell’arco di 15 anni. Inoltre, il 19 febbraio 2018, Israele ha concluso un “accordo storico”, del valore di 15 miliardi di dollari, per la vendita di gas naturale all’Egitto, il quale comincerà ad importare gas israeliano da metà gennaio.

Circa la Giordania, si tratta di un Paese dipendente dall’importazione di energia, con quote che raggiungono circa il 95% del proprio fabbisogno energetico ed una domanda di elettricità che aumenta ogni anno dal 6% al 7%. Sebbene Israele e Giordania abbiano firmato un accordo di pace nel 1994, l’occupazione di terre considerate palestinesi è al centro dell’opposizione da parte della popolazione giordana, la quale considera il patto un modo per sostenere l’occupazione di Israele. Negli ultimi mesi il governo ha taciuto sulle clausole dell’accordo di fronte all’opinione pubblica e all’opposizione parlamentare, in cui numerosi ne invocano la cancellazione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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