Yemen: scontri nel Sud del Paese, decine di vittime tra i ribelli Houthi

Pubblicato il 9 gennaio 2020 alle 15:23 in Medio Oriente Yemen

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I fronti di combattimenti del governatorato di ad-Dali, nel Sud dello Yemen, hanno assistito, dalla notte tra l’8 ed il 9 gennaio, a violenti scontri tra le forze meridionali ed i ribelli sciiti Houthi. Il bilancio delle vittime include decine di morti, in gran parte tra le file Houthi.

Secondo quanto riferito da fonti presenti sul campo, gli scontri hanno avuto inizio a mezzanotte dell’8 gennaio e sono proseguiti fino alla mattina del giorno seguente. Questi hanno interessato, in particolare, l’area occidentale di ad-Dali ed hanno visto i ribelli Houthi affrontare le forze congiunte di resistenza meridionale, attraverso l’impiego di armi pesanti e di medio calibro. Le battaglie hanno fatto seguito ai tentativi da parte dei ribelli di prendere il controllo del monte Othmani, ritenuto strategico.

A detta di fonti locali, sono stati gli Houthi a registrare il maggior numero di vittime, circa una decina, tra cui anche alcuni leader. Le milizie sciite sono state poi costrette ad indietreggiare dalla periferia occidentale e settentrionale di al-Fakhir, mentre le forze congiunte meridionali sono riuscite a liberare nuove postazioni nell’Ovest della medesima area.

Parallelamente, è giunta la notizia di un’esplosione di un deposito di armi ad Hodeidah, nell’Ovest dello Yemen, che ha causato la morte di 9 combattenti Houthi e circa 23 feriti. Il deposito, secondo un portavoce delle forze congiunte di Hodeidah, era controllato dal gruppo di ribelli e veniva impiegato per depositare armi da contrabbando. Nel frattempo, tra l’8 ed il 9 gennaio, sono state diverse le esplosioni per mano Houthi perpetrate ad Hodeidah, dove le Nazioni Unite, dal 19 ottobre 2019, hanno istituito posti di blocco e di monitoraggio, con il fine ultimo di riportare la tregua nella regione. Decine le famiglie costrette a fuggire.

In tale quadro, un’organizzazione umanitaria yemenita non governativa, la “Rete yemenita per i diritti e le libertà”, ha rivelato che i ribelli sciiti Houthi, nel solo 2019, sono stati responsabili di 12.636 casi di rapimenti e sparizioni forzate di civili. Nello specifico, 10.099 persone, tra cui politici, militari, studenti e attivisti, sono state rapite. Tra queste, 52 donne e 7 stranieri. Altri 2.537 civili, tra cui 231 donne e 158 bambini, sono stati vittima di sparizioni forzate. I casi di tortura registrati ammontano, poi, a 719.

Il 30 dicembre scorso, la medesima organizzazione yemenita, aveva inoltre parlato di 10.509 casi di violazione dei diritti umani nel solo governatorato meridionale di al-Dali. Il periodo in cui sono state commesse tali violazioni va dall’8 agosto 2015 al 10 dicembre 2019. In particolare, in questo lasso temporale, sono state documentate 453 uccisioni di civili, tra cui 23 donne e 17 bambini, mentre il numero di feriti registrati, anche a seguito di attacchi e combattimenti, ammonta a 1624 civili, tra cui 62 bambini e 42 donne.

Lo Yemen continua ad assistere ad una perdurante guerra civile, scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

Secondo un rapporto di Oxfam, dall’inizio del conflitto, i civili uccisi sono stati circa 12.000, di cui 8.000 morti a causa delle bombe lanciate dall’Arabia Saudita e in gran parte fabbricate con il contributo di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Iran e perfino Italia. Da inizio 2019 ad oggi, le vittime civili registrate sono state più di 1.100.

È del 5 novembre scorso un accordo considerato un segnale positivo verso una possibile risoluzione del conflitto, il cosiddetto accordo di Riad. L’obiettivo principale era porre fine alla lotta al potere nel Sud del Paese e ai combattimenti che hanno interessato le aree meridionali dal 7 agosto scorso, quando violenti scontri hanno avuto inizio nella città di Aden, capitale provvisoria e sede governativa, per poi propagarsi in altri distretti e città meridionali. Da un lato, vi erano le guardie presidenziali. Dall’altro, le forze secessioniste, rappresentate dal Consiglio di transizione meridionale. Fin dalla sua ratifica, l’accordo è stato considerato una mossa positiva per riportare la felicità e la pace di cui un tempo godeva lo Yemen. 

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.