Senatori USA protestano contro il breefing di Trump sulla morte di Soleimani

Pubblicato il 9 gennaio 2020 alle 12:12 in Iran USA e Canada

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Una riunione top secret sulla crisi iraniana tenuta dai funzionari dell’amministrazione Trump, l’8 gennaio, ha suscitato numerose critiche da parte di rappresentanti democratici e repubblicani, che hanno denunciato la loro esclusione dal processo decisionale.

La riunione si è svolta a porte chiuse, al fine di aggiornare il Congresso in relazione all’attacco statunitense del 3 gennaio contro l’aeroporto di Baghdad, che ha causato la morte del generale iraniano Qassem Soleimani e alla conseguente crisi con Teheran. Il senatore Mike Lee, repubblicano dello Utah, è uscito dall’incontro visibilmente arrabbiato, e si è lamentato delle vuote assicurazioni dell’esecutivo sul fatto che i legislatori sarebbero stati consultati e lo saranno in futuro. “Le notifiche al momento dei fatti, quelle dopo i fatti, p i briefing scadenti come quello che abbiamo appena ricevuto non sono adeguati”, ha affermato. Anche il senatore Rand Paul, repubblicano del Kentucky, è apparso altrettanto insoddisfatto. “Non ho imparato nulla durante l’udienza che non avevo già letto sui giornali”, ha riferito. Il deputato Gerald E. Connolly, democratico della Virginia, ha definito il briefing “assolutamente non convincente”, e il senatore Chris Van Hollen, democratico del Maryland, ha dichiarato che i “fatti forniti non supportano l’affermazione dell’amministrazione secondo cui ci sarebbe stato un imminente rischio di attacco”. 

Tuttavia, i due senatori repubblicani, Lee e Paul, rappresentano una minoranza del partito. Gli altri rappresentanti hanno, invece, elogiato l’amministrazione Trump per l’aggiornamento sulla crisi iraniana. “È stato ben fatto”, ha affermato il senatore Marco Rubio, repubblicano della Florida. “Penso che abbiano fatto un ottimo lavoro nel delineare la logica alla base sia della decisione di inseguire Soleimani sia della risposta all’attacco iraniano di ieri”, ha aggiunto. Anche il senatore Jim Risch, repubblicano dell’Idaho, ha affermato che le informazioni fornite erano “cristalline” e che l’amministrazione aveva fatto la scelta giusta nel decidere di “eliminare Soleimani”. Al briefing hanno partecipato anche il segretario alla Difesa, Mark T. Esper, il segretario di Stato, Mike Pompeo, e il direttore della C.I.A., Gina Haspel.

Il senatore Sherrod Brown, democratico dell’Ohio, ha affermato che il briefing dell’8 gennaio gli ha ricordato le presentazioni dell’amministrazione George W. Bush nel periodo precedente alla guerra in Iraq. Era “lo stesso tipo di bugie che stavo ascoltando 20 anni fa quando ero un membro della Camera”, ha riferito il senatore. Christopher S. Murphy, democratico del Connecticut, ha scritto su Twitter che “non ha avuto notizia di prove relative ad una minaccia imminente che avrebbero consentito un attacco senza autorizzazione del Congresso”. “Con conseguenze così gravi, è inaccettabile”. 

Il raid del 3 gennaio contro l’aeroporto di Baghdad, in cui Soleimani è deceduto, è stato ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha giustificato la propria decisione, ritenendo il generale era responsabile dell’uccisione di migliaia di statunitensi negli ultimi decenni. L’uomo, inoltre, a detta di Trump, stava pianificando nuovi attentati. Per tale motivo, necessitava di essere eliminato e, anzi, avrebbe dovuto “essere fatto fuori molti anni fa”. Il 4 gennaio, la Casa Bianca ha inviato al Congresso una notifica formale relativa all’attacco che ha portato alla morte di Soleimani. Ai sensi di una legge statunitense del 1973, chiamata War Powers Act, l’amministrazione ha l’obbligo di notificare al Congresso l’eventuale impiego delle forze armate in azioni militari, entro 48 ore dall’inizio dell’operazione condotta. Dal canto loro, i democratici hanno criticato Trump, affermando che il presidente non ha informato i legislatori né cercato approvazione prima di agire e, pertanto, saranno richiesti i dettagli dell’accaduto.

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Maria Grazia Rutigliano  

di Redazione

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