Il risveglio dell’Iraq dopo l’attacco di Teheran

Pubblicato il 9 gennaio 2020 alle 12:07 in Iraq Medio Oriente

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Una forte ondata di mobilitazione popolare ha caratterizzato diverse piazze e città del Sud dell’Iraq nella notte tra l’8 ed il 9 gennaio. Nella capitale Baghdad, due missili sono stati lanciati contro la Green Zone, l’area fortificata sede di istituzioni ed ambasciate, tra cui quella statunitense.

Quest’ultima notizia è stata riferita da una cellula dell’esercito iracheno, la quale ha specificato che si è trattato di due missili Katyusha, uno dei quali caduto proprio nei pressi del compound degli Stati Uniti. Tuttavia, in nessun caso sono state riportate vittime. Un capitano della polizia di Baghdad, in condizioni di anonimato, ha affermato che uno dei razzi è precipitato sulla riva del fiume Tigri, mentre l’altro è atterrato su un edificio in costruzione. Altre fonti di sicurezza hanno aggiunto che, a seguito dell’accaduto, elicotteri statunitensi hanno sorvolato l’area.

L’episodio si colloca a meno di 24 ore di distanza dall’attacco perpetrato, nelle prime ore dell’8 gennaio, dall’Iran contro due basi irachene che ospitano truppe statunitensi, situate nei governatorati di al-Anbar ed Erbil. Sebbene sia Washington sia Teheran si siano dette contrarie a qualsiasi conflitto ed escalation nella regione, entrambe le parti hanno ribadito la propria prontezza nel rispondere ad un’eventuale offensiva futura.

A seguito dell’accaduto, la popolazione irachena si è nuovamente riversata per le strade del Paese, in particolare nelle aree meridionali, tra cui Kerbala e Bassora, in segno di protesta contro l’influenza di parti esterne e contro la debolezza delle autorità irachene nel prendere una decisione nel salvaguardare l’Iraq dalle conseguenze di mosse ed attività a livello internazionale. Secondo i manifestanti, i leader iracheni hanno assunto una posizione “vergognosa” di fronte ad una chiara violazione della sovranità del territorio iracheno.

Le manifestazioni hanno avuto luogo soprattutto durante la notte e hanno visto i cittadini iracheni scontrarsi con le forze di sicurezza, le quali hanno impiegato gas lacrimogeni per disperdere la folla, provocando altresì feriti. Nella mattina del 9 gennaio, le proteste sono continuate e la popolazione si è detta determinata a proseguire fino a quando le proprie richieste non verranno soddisfatte. Nello specifico, la folla riversatasi per le strade continua a chiedere la formazione di un nuovo esecutivo e di un primo ministro indipendente, in grado di proteggere l’Iraq dall’Iran e da altri eventuali episodi di aggressione e violazione. Secondo quanto dichiarato da uno dei manifestanti, è anche la dignità del Paese che deve essere salvaguardata.

Anche il leader del movimento sadrista, Muqtada al-Sadr, si è unito alle richieste dei manifestanti, esortando la formazione di un governo lontano da “polemiche politiche, parlamentari, settarie o etniche”. Al-Sadr ha affermato che per formare il nuovo esecutivo è necessaria la presentazione di cinque possibili candidati alla carica di primo ministro, tra cui scegliere successivamente quello definitivo. Il leader sadrista ha poi sottolineato che il nuovo governo dovrà essere in grado di salvaguardare l’indipendenza e la sovranità dell’Iraq.

Le proteste in Iraq hanno avuto inizio il primo ottobre, quando la popolazione è scesa in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime.  I manifestanti hanno da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la disoccupazione, in particolare giovanile. Dopo circa due settimane di pausa, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e, all’8 gennaio, sono giunte al centesimo giorno.

Tra i maggiori risultati vi sono le dimissioni del premier, attualmente in carica per un governo ad interim, Adel Abdul Mahdi, del 30 novembre scorso. Da tale data non si è riusciti a trovare una personalità in grado di assumere il mandato alla presidenza del governo di Baghdad. In tale quadro, il Parlamento iracheno si è espresso, nel corso di una sessione straordinaria del 5 gennaio, su diverse decisioni che per i manifestanti non coincidono con gli interessi della nazione, ma che sono state dettate soprattutto dall’influenza iraniana. Gli attivisti hanno lanciato sui social una campagna intitolata “Il Parlamento non mi rappresenta”. Gli emendamenti contestati riguardano, in particolare, la fine della cooperazione con la coalizione internazionale anti-ISIS, a guida statunitense, e la fine della presenza degli Stati Uniti nel Paese. Per la popolazione irachena, ciò è il risultato di pressioni esercitate da Teheran e da cui potrebbero derivare danni per la sicurezza dell’Iraq.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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