Ministro degli Esteri turco in visita in Iraq

Pubblicato il 9 gennaio 2020 alle 17:27 in Iraq Turchia

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Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, si è recato in Iraq, il 9 gennaio, per “alleviare la crescente tensione all’indomani dei recenti sviluppi nella regione”.

Durante la visita, il rappresentante turco ha dichiarato che Ankara non vuole che l’Iraq diventi una zona di guerra per forze straniere. “Non vogliamo che l’Iraq sia la zona di guerra di eserciti stranieri”, ha affermato in una conferenza stampa congiunta con la sua controparte irachena a Baghdad, Mohamed Ali al-Hakim. Cavusoglu ha poi aggiunto che l’Iraq non è solo e che la Turchia è al suo fianco per superare insieme questi giorni difficili.

Al-Hakim, da parte sua, ha affermato che i colloqui con la controparte turca si sono concentrati sulla necessità di rispettare la sovranità dell’Iraq. Le due parti hanno discusso delle relazioni bilaterali a tutti i livelli, ha aggiunto il ministro iracheno. Quest’ultimo ha poi specificato: “Abbiamo una stretta collaborazione con la Turchia in materia di antiterrorismo”. La visita del ministro di Ankara è arrivata in un momento di forti tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran, che si sono svolte proprio sul suolo iracheno e che hanno avuto inizio alla fine del 2019. 

Il 31 dicembre 2019, centinaia di cittadini iracheni hanno preso d’assalto l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad per protestare contro la presenza di militari stranieri nel territorio nazionale. La violenta manifestazione anti-USA arriva a seguito di una serie di attacchi aerei effettuati da Washington, il 29 dicembre, contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. Questi hanno provocato circa 25 morti. Le Brigate di Hezbollah sono un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran e particolarmente attivo nel corso della guerra civile sia irachena sia siriana. I manifestanti del 31 dicembre hanno sventolato bandiere delle Forze di Mobilitazione Popolare, un gruppo paramilitare di cui le Brigate di Hezbollah rappresentano una ramificazione.

In una escalation delle violenze, il 3 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato un raid contro l’aeroporto di Baghdad, in cui il generale iraniano Qassem Soleimani è deceduto. Trump ha giustificato la propria decisione, ritenendo il generale era responsabile dell’uccisione di migliaia di statunitensi negli ultimi decenni. L’uomo, inoltre, a detta del presidente USA, stava pianificando nuovi attentati contro obiettivi statunitensi. Per tale motivo, necessitava di essere eliminato e, anzi, avrebbe dovuto “essere fatto fuori molti anni fa”.  Teheran ha chiesto immediatamente vendetta. “Ci vendicheremo di tutti coloro che sono coinvolti in questo assassinio”, sono state le parole del comandante della Quds Force e ministro iraniano della Difesa, Amir Hatami. “Tutti i nemici dovrebbero sapere che il jihad della resistenza continuerà con motivazione raddoppiata e una vittoria definitiva attende i combattenti nella guerra santa”, ha invece dichiarato il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei.

Il Parlamento iracheno, sempre il 5 gennaio, ha approvato una risoluzione con cui si chiede al governo di espellere le truppe straniere in Iraq, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran. “Il governo si impegna a revocare la sua richiesta di assistenza da parte della coalizione internazionale impegnata nella lotta contro lo Stato islamico, a causa della fine delle operazioni militari in Iraq e del raggiungimento della vittoria”, si legge nella risoluzione, in cui il governo iracheno viene altresì esortato ad impedire a forze straniere di utilizzare territori, acque o spazio aereo iracheni. Tuttavia, le risoluzioni parlamentari, diversamente dalle leggi, non sono vincolanti e la mossa necessiterà di una nuova legislazione per annullare l’accordo precedente.

Infine, l’8 gennaio, l’esercito iraniano ha effettuato una serie di attacchi missilistici contro obiettivi militari statunitensi in Iraq. Dopo una giornata di fermento, Trump ha assicurato che nessun cittadino statunitense ha perso la vita  negli assalti e ha annunciato che la risposta degli Stati Uniti saranno nuove sanzioni economiche contro l’Iran. Il presidente USA ha concluso le sue osservazioni dell’8 gennaio sulla crisi con Teheran con un messaggio al popolo iraniano: “Per il popolo e i leader dell’Iran, vogliamo che abbiate un futuro e un grande futuro, uno che meritate”, ha affermato Trump. “Uno di prosperità in patria e armonia con le nazioni del mondo. Gli Stati Uniti sono pronti ad abbracciare la pace con tutti coloro che la cercano”, ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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