Egitto: le carceri, “cimiteri” dove un raffreddore può portare alla morte

Pubblicato il 9 gennaio 2020 alle 14:26 in Africa Egitto

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Manifestanti e attivisti egiziani hanno dato vita ad una nuova campagna contro le violazioni e gli abusi perpetrati a danno dei prigionieri reclusi nelle carceri egiziane, a seguito della morte di un attivista, Mahmoud Abdel-Majeed Saleh, il 4 gennaio scorso.

Secondo quanto riferito dalla sorella del detenuto, questo è deceduto a causa della negligenza delle autorità di fronte alle cattive condizioni igienico-sanitarie e al freddo estremo in cui imperversa la prigione in cui si egli si trovava, la prigione di massima sicurezza di al-Aqrab, “lo scorpione”, situata nel complesso penitenziario di Tora. Alla morte di Abdel-Majeed ha fatto seguito un ennesimo sciopero dei prigionieri e l’avvio di una nuova campagna lanciata sui social, in cui si invita chi di competenza a chiudere tale prigione. L’hashtag di riferimento è proprio #closeScorpion ma si invita il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, a far fronte alle violazioni e agli abusi che interessano anche altre carceri egiziane.

A tale hashtag hanno fatto seguito, su Twitter, diverse testimonianze. In una di queste, la prigione di al-Aqrab viene descritta come un luogo grande ma suddiviso in celle minuscole, dalle dimensioni pari a circa un metro e mezzo, senza alcuna apertura o ventilazione, ed in cui vengono riunite numerose persone di diversi ordini e categorie. In un’altra dichiarazione, il carcere viene definito un cimitero, in cui i detenuti muoiono per freddo, fame e torture sia di tipo psicologico sia fisico. “I detenuti muoiono lentamente a causa di una mancata assistenza medica e per mancanza di coperte” è stato altresì affermato, mettendo in luce la violazione dei diritti umani perpetrata in tale luogo. “Avere un raffreddore equivale a morire”, “Il freddo è un’arma nelle mani dei militari” sono altre dichiarazioni pubblicate sul social.

Non vi sono cifre esatte sul numero di detenuti che muoiono nelle prigioni egiziane. Tuttavia, il centro Adalah per i Diritti e le Libertà ha documentato la morte di almeno 22 detenuti nei primi sette mesi del 2019, a causa di negligenza medica. Un altro rapporto è stato pubblicato dalla Arab Organisation for Human Rights, con sede nel Regno Unito, in cui viene affermato che, dal 2013, più di 600 persone sono morte a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie o per la mancanza delle cure mediche necessarie. Altri detenuti, invece, sono stati torturati a tal punto da causarne la morte. Secondo quanto riportato, 717 persone sono decedute nel 2018 in vari centri di detenzione. Tra queste, 122 a causa delle torture subite, 480 per negligenza medica e altre 32 per sovraffollamento e pessime condizioni.

Il 17 giugno 2019, un altro sciopero della fame aveva coinvolto circa 130 detenuti della prigione di al-Aqrab. Molti dei prigionieri erano stati arrestati da almeno due anni, senza mai avere la possibilità di incontrare avvocati o familiari. Secondo quanto riportato da Amnesty International, in risposta allo sciopero, le autorità hanno reagito contro i detenuti picchiandoli, torturandoli anche con scosse e punendo alcuni di loro con misure disciplinari, nel tentativo di costringerli a porre fine allo sciopero. A detta di uno dei prigionieri, almeno dieci scioperanti furono bendati e trasferiti in celle speciali dalle quali non era permesso uscire.

Amnesty aveva poi affermato che i detenuti erano raggruppati in celle sovraffollate, infestate da zanzare, mosche e altri insetti ed in cui, senza sistemi di ventilazione adeguati, si raggiungevano temperature pari a più di 40 gradi Celsius in estate. Secondo quanto riferito, le autorità penitenziarie negavano ai detenuti un’adeguata assistenza sanitaria, non consentivano loro di ricevere cibo o bevande dalle loro famiglie al di fuori del carcere e ponevano restrizioni alla quantità di vestiti e medicine.

In tale quadro, il 20 giugno 2019, il Gruppo di Lavoro sull’Egitto, ovvero un gruppo di esperti di politica internazionale costituito nel 2010, aveva sottolineato, in una lettera, che la morte dell’ex presidente egiziano Mohammad Morsi, del 17 giugno dello stesso anno, avrebbe dovuto rappresentare una scintilla in grado di richiamare l’attenzione a livello internazionale sulla condizione dei prigionieri detenuti nelle carceri egiziane, i quali vivono in condizioni rischiose e dovrebbero essere salvati.

Il Gruppo di Lavoro sull’Egitto ha parlato di condizioni terribili per i prigionieri detenuti in Egitto. La lista comprendeva violazioni dei diritti fondamentali, uso sistematico della scomparsa forzata, isolamento, mancata assistenza medica, detenzione arbitraria, processo ingiustificato, torture e abusi sessuali. Le autorità avrebbero altresì cacciato fuori i detenuti, uccidendoli a sangue freddo, e mostrando la loro uccisione come se si trattasse di raid contro cellule terroristiche. Questo è stato il destino di più di 450 uomini egiziani dal 2015, come sottolineato altresì da un rapporto di Reuters.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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