Attacco di Teheran contro le basi irachene: parla un comandante delle guardie iraniane

Pubblicato il 9 gennaio 2020 alle 17:31 in Iran Iraq

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Teheran ha attaccato, l’8 gennaio, due basi in Iraq che ospitano truppe statunitensi con una raffica di missili, mantenendo la sua promessa di vendicare la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani. Ecco alcuni dettagli su quanto accaduto.

Le prime informazioni sono giunte dall’emittente di al-Arabiya, la quale ha ribadito che la prima base aerea oggetto dell’attacco è stata quella di Ain al-Assad, situata nel governatorato occidentale iracheno di Al-Anbar. Qui sono stati dieci i missili lanciati. Altri due sono stati, invece, diretti verso la base di Harir. Questa si trova nel distretto di Shaqlawa, a 75 km dal centro della città di Erbil, ed è la base statunitense più vicina dal confine iraniano, da cui dista circa 115 km.

In entrambi i casi si è trattato di missili balistici terra-terra, di tipo Qiam, in grado di raggiungere 800 km di distanza. Secondo quanto specificato, i due missili lanciati contro Erbil hanno interessato il primo l’aeroporto, mentre il secondo una zona non residenziale, in cui non erano presenti cittadini statunitensi. Fonti curde hanno poi riferito che tutti i missili sono partiti da Kermanshah, provincia situata nell’Ovest dell’Iran. È stata poi confermata l’assenza di vittime umane, sia tra le forze irachene sia tra quelle della coalizione internazionale a guida statunitense.

Ulteriori informazioni da parte iraniana sono poi giunte dal comandante delle forze aeree del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Amir Ali Hajizadeh, nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 9 gennaio. Hajizadeh ha affermato che l’attacco iraniano, condotto proprio dall’IRGC, contro una delle basi statunitensi principali in Iraq, rappresenta l’inizio di un’operazione più ampia che continuerà in tutta la regione. I prossimi passi, è stato dichiarato, saranno determinati da quello che ha definito il “fronte della resistenza”.

Il comandante iraniano ha riferito che lo scopo della cosiddetta “vendetta spietata” è stato colpire installazioni statunitensi vitali e non l’uccisione di soldati americani. Le Guardie iraniane, è stato specificato, avrebbero potuto causare la morte di circa 500 soldati degli USA, ma questo non era il loro obiettivo. A tal proposito, è stato dichiarato che l’Iran era pronto a lanciare centinaia di missili mentre in realtà ne sono stati azionati meno di venti. Inoltre, secondo quanto riferito, l’attacco missilistico ha avuto luogo in concomitanza con un attacco cibernetico perpetrato contro i sistemi elettronici di aerei e droni statunitensi. Episodio che ha infastidito molto Washington, non consentendogli di tracciare i missili lanciati da parte iraniana. Ciò contraddice quanto affermato dagli ufficiali statunitensi presenti nelle basi, secondo cui si è riusciti ad evitare vittime proprio grazie ai sistemi di allerta. Infine, il comandante ha invitato tutte le forze presenti nella regione a promuovere il ritiro delle truppe statunitensi o sarà il “fronte della resistenza” ad agire di conseguenza.

L’accaduto dell’8 gennaio alimenta ulteriormente il clima di tensione tra Washington e Teheran, acuitosi con la morte di Soleimani, causata da un raid ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e con gli altri episodi che l’hanno preceduta. Il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena ha causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Successivamente, il 29 dicembre, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. Le cosiddette “Brigate di Hezbollah” sono un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone.

Ad aver peggiorato ulteriormente la situazione a priori, la decisione di Trump, dell’8 maggio 2018, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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