Teheran attacca basi statunitensi in Iraq: “Una vendetta spietata”

Pubblicato il 8 gennaio 2020 alle 9:05 in Iran USA e Canada

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L’Iran ha attaccato due basi in Iraq che ospitano truppe statunitensi con una raffica di missili, nelle prime ore dell’8 gennaio, mantenendo la sua promessa di vendicare la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, del 3 gennaio scorso.

A riferirlo, sia i media ufficiali iraniani sia funzionari statunitensi. Secondo quanto riportato da fonti iraniane, gli attacchi hanno avuto inizio all’1:20 di notte circa, ora locale, lo stesso orario in cui il generale Soleimani è stato ucciso, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, a seguito di un attacco contro l’aeroporto di Baghdad. A detta di ufficiali iracheni, i missili, più di dieci, non hanno causato alcuna vittima tra le forze degli USA o dell’Iraq, mentre il Pentagono ha dichiarato di star conducendo indagini per capire il numero delle eventuali vittime. Al-Jazeera ha, invece, riportato che, stando a quanto riferito dalla televisione di Stato iraniana, l’attacco ha provocato la morte di circa 80 soldati statunitensi. Le due basi colpite si trovano una nel governatorato settentrionale di Erbil, mentre l’altra nella provincia di Anbar, nell’Iraq occidentale. Inoltre, da un lato, la Security Media Cell irachena ha riferito che i quartieri generali della coalizione internazionale, a guida statunitense, in Iraq sono stati colpiti da 22 missili, 17 dei quali sono atterrati sulla base di Ain al-Assad, senza registrare perdite tra le forze irachene. Dall’altro lato, il Pentagono ha parlato di 12 missili.

Da parte sua, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha affermato, tramite una dichiarazione su Telegram, che la propria “vendetta spietata” ha appena avuto inizio. Non da ultimo, le medesime forze iraniane hanno minacciato di espandere la propria offensiva anche verso gli Emirati Arabi Uniti, Israele e le altre basi statunitensi in Medio Oriente, nel caso in cui Washington decida di rispondere militarmente. È stato poi specificato che l’attacco dell’8 gennaio è stato condotto attraverso missili balistici di tipo “Qiam, Zualfaqar”, in grado di arrivare fino a 800 km di distanza, colpendo, in tal modo, le basi statunitensi. L’operazione è stata definita un “successo”.

Dopo l’attacco dell’8 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha promesso di rispondere a qualsiasi attacco iraniano contro obiettivi americani. Il capo della Casa Bianca si è poi incontrato con alcuni consiglieri sulla sicurezza nazionale, tra cui il segretario della Difesa, Mark T. Esper, e il presidente dei Capi di Stato Maggiore riuniti, il generale Mark A. Milley, per discutere delle possibili opzioni di ritorsione. Poche ore dopo, in un tweet, Trump, con un tono ottimista, ha affermato che rilascerà una dichiarazione nella giornata dell’8 gennaio. “Va tutto bene!” ha scritto il presidente, aggiungendo: “Missili lanciati dall’Iran contro due basi militari situate in Iraq. Valutazione delle vittime e dei danni in corso ora. Fin qui tutto bene! Abbiamo di gran lunga i militari più potenti e più equipaggiati del mondo!”.

Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha affermato che Teheran ha condotto e portato a termine operazioni “proporzionate” in un’ottica di auto-difesa. Tuttavia, è stato specificato che Teheran non cerca un’escalation né un conflitto, ma è pronta a difendersi contro qualsiasi forma di aggressione.

L’accaduto dell’8 gennaio alimenta ulteriormente il clima di tensione tra Washington e Teheran, acuitosi con la morte di Soleimani, causata da un raid ordinato dallo stesso Trump, e dagli altri episodi che l’hanno preceduta. Il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena ha causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Successivamente, il 29 dicembre, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. Le cosiddette “Brigate di Hezbollah” sono un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone.

Ad aver peggiorato ulteriormente la situazione a priori, la decisione di Donald Trump, dell’8 maggio 2018, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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