Nominato il nuovo funzionario di Pechino ad Hong Kong

Pubblicato il 8 gennaio 2020 alle 19:46 in Cina Hong Kong

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La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha dichiarato che lavorerà a stretto contatto con il nuovo funzionario di Pechino incaricato di riportare il centro finanziario asiatico sulla “strada giusta” dopo oltre 6 mesi di proteste.

La nomina di un nuovo capo dell’ufficio più importante del governo cinese a Hong Kong è stata annunciata il 6 gennaio. Il funzionario si chiama Luo Huining e gestirà l’ufficio di collegamento del governo cinese nella regione amministrativa speciale di Hong Kong, riferendo al Consiglio di Stato o al Gabinetto della Cina. Si tratta della principale piattaforma di Pechino per proiettare la propria influenza nella città. Il 7 gennaio, Carrie Lam ha dichiarato la sua intenzione di affiancare Luo Huining. “Lavorerò a stretto contatto con Luo nel prossimo futuro, impegnandomi per il modello un Paese, due sistemi e per la Legge fondamentale, affinché Hong Kong ritorni sulla giusta strada”, ha affermato la Lam nella sua prima conferenza stampa di l’anno. 

Luo, nelle sue prime osservazioni da quando è entrato in carica, ha usato le stesse parole, affermando che sperava che la città sarebbe tornata sulla “giusta strada”. In una conferenza stampa a Washington, il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha sottolineato che gli Stati Uniti avevano notato l’utilizzo dei termini e ha commentato: “La strada giusta è quella in cui il Partito Comunista Cinese onora il suo impegno nei confronti di Hong Kong”. Pompeo ha sottolineato poi la necessita di garantire lo stato di diritto e la libertà nella città, una serie di cose di cui sfortunatamente il resto dei cinesi non godono. 

Le proteste ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo 2019 e hanno raggiunto il proprio apice nel mese di giugno dello stesso anno. Al centro della violenta ondata di mobilitazione, un controverso disegno di legge che avrebbe consentito l’estradizione dei cittadini di Hong Kong verso Taiwan, Macao e la Cina continentale. La proposta è stata ritirata, ma dopo pochi mesi, le manifestazioni si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Il governo di Hong Kong ha respinto altre richieste dei manifestanti, tra cui l’amnistia di attivisti detenuti, l’avvio di un’indagine indipendente sui presunti eccessi della polizia e il rilancio del processo di riforma politica in senso democratico. Con il passare del tempo, le manifestazioni sono diventate sempre più frequenti e violente.

Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997, anno in cui ha perso il suo status di colonia britannica. I rapporti tra Pechino e la città sono regolati dalla Basic Law, una mini-Costituzione prodotta nel corso delle trattative sino-britanniche dell’epoca, in cui Hong Kong è definita una “regione amministrativa speciale” della Repubblica Popolare Cinese. Il documento sarà in vigore fino al 2047. Secondo quanto rivelato da un sondaggio condotto per Reuters dal Public Opinion Research Institute di Hong Kong, il 59% della popolazione della regione si è detta a sostegno dei movimenti di protesta. Pechino, da parte sua, nega una propria ingerenza negli affari di Hong Kong, e accusa l’Occidente per aver ulteriormente alimentato le manifestazioni.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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