Eritrea: progetti finanziati con i soldi UE impiegano “lavoro forzato”

Pubblicato il 8 gennaio 2020 alle 16:47 in Eritrea Europa

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Mentre prova a limitare i flussi di migranti africani e a favorire lo sviluppo in diversi Paesi del continente, l’Unione europea continua a spendere milioni di euro in Eritrea nella realizzazione di progetti in cui si utilizza “lavoro forzato”. L’anno scorso, come parte del Fondo fiduciario europeo di Emergenza per l’Africa, l’UE si è impegnata a spendere 20 milioni di euro in Eritrea per finanziare iniziative volte a limitare le migrazioni irregolari affrontandone le cause profonde. Il denaro, in particolare, è servito ad acquistare attrezzature e materiali per la costruzione e il miglioramento di strade necessarie a facilitare i trasporti di merci. Tuttavia, a partire da aprile 2019, diverse organizzazioni umanitarie, in particolare La Fondazione di difesa dei Diritti Umani per gli eritrei, con sede in Olanda, hanno cominciato a denunciare il fatto che molti lavoratori, impiegati nel cantiere, erano costretti al servizio militare obbligatorio. Ciò pare non abbia però impedito all’Unione di rivalutare l’invio di ulteriori fondi, decisi a dicembre 2019, da destinare all’Eritrea, continuando di fatto a finanziare un sistema di coscrizione forzata che le Nazioni Unite hanno descritto come “equivalente alla schiavitù”.

L’aiuto aggiuntivo, pari a 95 milioni di euro, giunge nonostante l’Unione europea abbia ammesso di non avere una reale supervisione dei progetti che finanzia in Eritrea, una nazione chiusa fatta di circa 5 milioni di abitanti, ed è stato deciso con la clausola di non subordinare i finanziamenti alle garanzie di riforme democratiche. Il denaro fa parte del Fondo fiduciario dell’UE per l’Africa, pari a 4,6 miliardi di euro, creato al culmine della crisi migratoria del 2015 per affrontare il fenomeno alla radice. Sebbene tale piano sia supportato da un ampio consenso, la sua esecuzione ha offuscato quello che molti vedono come un obiettivo degno, sollevando persino dubbi sul fatto che stia diventando controproducente per il Paese stesso. Il flusso di richiedenti asilo provenienti dall’Eritrea rimane elevato. Almeno 5.000 l’anno hanno chiesto asilo in Europa negli ultimi dieci anni. Nel 2015 e nel 2016, il numero ha raggiunto il picco di oltre 30.000 e l’anno scorso è stato di circa 10.000. almeno l’80% delle richieste viene accolto, secondo i dati forniti dall’Eurostat. Ciò significa che, per la maggior parte dei Paesi europei, i richiedenti asilo eritrei sono considerati legittimi rifugiati.

Nel caso dell’Eritrea, i funzionari europei adottano un approccio chiamato “a doppio binario”, che consiste nel dialogare con il governo fornendogli allo stesso tempo denaro indipendentemente dai risultati. Nel complesso, 200 milioni di euro del fondo sono destinati all’Eritrea. La speranza è che il denaro aiuti a risollevare l’economia locale, a creare posti di lavoro, a indurre gli eritrei a non lasciare le proprie case e a consolidare l’accordo di pace raggiunto con l’Etiopia nel luglio 2018. A prescindere dai risultati dell’iniziativa, secondo quanto riferiscono i critici del progetto, il fatto spaventoso è che il governo eritreo è considerato uno dei peggiori al mondo in termini di rispetto dei diritti umani.

Il presidente di Asmara, Isaias Afwerki, mantiene lo stato d’emergenza nel Paese dal 2000. Come parte di questa condizione, il Servizio Nazionale è obbligatorio, universale e indefinito. “Nonostante l’accordo di pace con l’Etiopia, la situazione dei diritti umani in Eritrea rimane terribile”, ha dichiarato Laetitia Bader, che si occupa del Paese e della regione del Corno d’Africa all’interno di Human Rights Watch. “Il governo continua ad arruolare gran parte della sua popolazione nell’ambito del Servizio Nazionale obbligatorio e trattiene decine di detenuti politici in condizioni disumane”, ha aggiunto. Gli eritrei sono intrappolati all’interno di questo sistema e, più in generale, del Paese, perché per uscire è necessario un visto. Molti rimangono arruolati anche a 40 anni, facendo lavori civili o militari con salari minimi.

Le Nazioni Unite e diversi gruppi per i diritti umani affermano che la leva obbligatoria in Eritrea equivale a lavoro forzato. Gli Stati Uniti hanno da tempo sospeso gli aiuti e i finanziamenti per lo sviluppo del Paese. La Commissione europea, in merito ai progetti finanziati nel Paese del Corno d’Africa, ha dichiarato di essere stata “informata” dal governo che i coscritti sarebbero stati utilizzati per i lavori stradali. Tuttavia, ha dichiarato: “L’Unione Europea non paga la manodopera nell’ambito di questo progetto. Il finanziamento riguarda solo l’approvvigionamento di materiali e attrezzature per affrontare la riabilitazione delle strade”.

La Commissione, che ha incaricato l’Ufficio delle Nazioni Unite per i Servizi di Progetto di gestire il programma per suo conto, ha affermato che vige la massima attenzione per garantire che gli standard minimi di salute e sicurezza dei lavoratori siano rispettati. Tuttavia, l’agenzia dell’ONU non ha un ufficio in Eritrea e afferma che sta controllando la situazione attraverso visite organizzate dal governo di Asmara. In più, l’Ufficio ha ammesso: “Non siamo monitorando l’attuazione del progetto, perché questo è realizzato dal governo e i progressi vengono monitorati dal Ministero dei Lavori pubblici”. Interrogata dal New York Times sul fatto che con questo finanziamento rischia di favorire la pratica del lavoro forzato in Eritrea, un problema denunciato da molte altre agenzie delle Nazioni Unite, l’Ufficio per i Servizi di Progetto ha detto che “rispetta i principi fondamentali dell’ONU, inclusa l’eliminazione di tutte le forme di lavoro forzato o obbligatorio” ma che ha deciso di procedere ugualmente.

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Chiara Gentili

di Redazione

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