Cosa sappiamo sulle basi irachene attaccate dall’Iran

Pubblicato il 8 gennaio 2020 alle 11:25 in Iraq USA e Canada

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Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), nelle prime ore dell’8 gennaio, ha attaccato due basi irachene che ospitavano soldati statunitensi. Ecco alcuni dettagli sui luoghi colpiti.

La prima base aerea oggetto dell’attacco è stata quella di Ain al-Assad, situata nel governatorato occidentale di Al-Anbar. La seconda ha, invece, il nome di Harir ed è situata nel Nord dell’Iraq, nella provincia di Erbil. Secondo quanto riferito sia da al-Jazeera sia dal quotidiano arabo al-Arabiya, la base di Ain al-Assad è considerata la seconda base aerea più grande in Iraq, dopo quella di Balad, ovvero il quartier generale della settima divisione dell’esercito americano, situata anch’essa nella provincia di al- Anbar.

La costruzione di Ain al-Assad ha avuto inizio nel 1980 ed è terminata dopo circa sette anni, grazie anche alla collaborazione di compagnie iugoslave. Il suo nome iniziale fu Al-Qādisiyyah, in quanto costruita a seguito dell’omonima battaglia tra Iran e Iraq. La base è stata fin da subito destinata ad ospitare più di 5.000 soldati, ed è stata dotata di tutti i servizi necessari alle attività e alla vita quotidiana delle forze presenti, da caserme e cliniche a piscine e moschee. La sua posizione, nel distretto nominato al-Baghdadi, è di importanza strategica, in quanto la base è situata sul punto più alto sopra il livello del mare.

Durante la guerra tra Iraq e Iran, durata dal 1980 al 1988, Ain al-Assad ha ospitato tre squadroni aerei di MiG-21S e MiG-25S, che, come altre basi aeree irachene, furono interessati da intensi attacchi aerei nel corso di tutta la guerra del Golfo, perpetrati anche attraverso bombe a guida laser. Le forze statunitensi hanno occupato Ain al-Assad nel 2003, utilizzandola prevalentemente come base aerea. Per gli USA, questa ha rappresentato un centro rilevante per il trasferimento di truppe e rifornimenti in tutto l’Iraq, fino al 2011, anno in cui Ain al-Assad è passata nuovamente sotto il controllo delle forze irachene e, in particolare, della settima divisione dell’esercito. Tuttavia, alla fine del 2014, si contavano ancora più di 300 soldati statunitensi presenti nella base, oltre a consiglieri e ufficiali, con l’obiettivo di addestrare le forze irachene nel quadro della lotta allo Stato Islamico.

Dopo che l’ISIS ha preso il controllo del distretto circostante di al-Baghdadi, le milizie terroristiche hanno attaccato più volte la base, ma gli Stati Uniti non hanno mai ritirato i propri soldati, nonostante il pericolo, affermando il loro diritto ad auto-difendersi. Secondo il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, al momento dell’attacco dell’8 gennaio, nella base erano presenti più di 2000 tra soldati e funzionari di Washington, oltre a elicotteri da combattimento, un sistema di monitoraggio aereo con copertura pari a più di 400 km, unità di ricognizione e una task force speciale, responsabile della ricerca del precedente leader dello Stato Islamico, Abu Bakr al-Baghdadi.

Quanto ad Harir, questa si trova nel distretto di Shaqlawa, a 75 km dal centro della città di Erbil, ed è la base statunitense più vicina dal confine iraniano, da cui dista circa 115 km. Harir ha iniziato ad essere impiegata dall’esercito americano nel 2015, nel quadro della lotta allo Stato Islamico condotta dalla coalizione internazionale a guida statunitense. Non da ultimo, è stata impiegata dagli USA per addestrare le forze curde, dotandola altresì di missili difensivi, aerei da combattimento e radar avanzati. Fonti locali hanno rivelato che le forze statunitensi hanno ampliato la base alla fine del 2018 e si pensa che sia stata la destinazione di numerosi soldati degli USA dopo il loro ritiro dalla Siria.

Circa la presenza statunitense in Iraq, è del 5 gennaio scorso la risoluzione approvata dal Parlamento di Baghdad con cui si chiede al governo di espellere le truppe straniere presenti nel Paese, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran sul suolo iracheno. Secondo quanto affermato dal primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, con la vittoria contro l’ISIS, proclamata il 9 dicembre 2017, non vi era più motivo per gli Stati Uniti di rimanere con le proprie forze nel Paese. A detta di Mahdi, inoltre, l’Iraq ha due alternative tra cui scegliere, ovvero porre fine alla presenza di truppe straniere o prendere in considerazione l’idea di un progetto di legge che assicuri che i soldati statunitensi rimangano nel Paese con il solo obiettivo di formare le forze di sicurezza locali, nel quadro della lotta contro lo Stato Islamico.

Già il 23 ottobre scorso, il ministro della Difesa iracheno, Najah al-Shammari, aveva riferito che l’esercito statunitense si sarebbe ritirato dall’Iraq entro 4 settimane. Il 22 ottobre, l’esercito iracheno aveva denunciato la presenza delle forze statunitensi all’interno dei confini iracheni e aveva sottolineato che queste non erano autorizzate a rimanere nel Paese. Tali dichiarazioni sembravano contraddire la versione del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, che invece affermava che le proprie truppe si trovavano in Iraq per continuare le operazioni contro lo Stato Islamico. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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