I commenti di Baghdad e Teheran: divergenze e minacce in attesa della prossima mossa

Pubblicato il 8 gennaio 2020 alle 13:09 in Iran Iraq

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Diverse sono le dichiarazioni e le posizioni assunte da Baghdad e Teheran a seguito dell’attacco dell’8 gennaio. L’Iraq è segnato da divergenze, con i partiti filoiraniani che si rifiutano di considerare l’accaduto un atto di aggressione. Nel frattempo, dall’Iran continuano a giungere minacce.

Un alto funzionario iracheno ha rivelato al quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed che il premier ad interim del governo di Baghdad, Adel Abdul-Mahdi, e altri funzionari stanno organizzando un incontro straordinario per discutere delle modalità di condanna dell’attacco di Teheran. Tuttavia, sono sorte divergenze circa la prossima dichiarazione da formulare. Secondo quanto riferito da fonti politiche irachene, vi sono, attualmente, diversi pareri soprattutto tra le tre presidenze irachene, ovvero capi di Stato, di governo e del Parlamento, circa l’elaborazione di una dichiarazione sull’attacco missilistico dell’Iran alle basi irachene. Nello specifico, la disputa riguarda la natura della risposta irachena e la sua condanna, nonché la denuncia da presentare al Consiglio di Sicurezza contro Washington.

L’episodio dell’8 gennaio, è stato specificato da alcune parti, ha preso di mira una base con numerosi soldati statunitensi ma con altrettante forze irachene, che ammontano a circa 1500 soldati, ed è, pertanto, da condannare. Un’altra dichiarazione è giunta da un parlamentare iracheno, Ahmad al-Jubouri, il quale ha affermato che, attraverso l’attacco contro le basi nei governatorati iracheni di Erbil e al-Anbar, l’Iran ha voluto testare i propri missili sul suolo iracheno e attaccare gli Stati Uniti ha rappresentato, in realtà, un semplice pretesto.

Tuttavia, dal canto loro, i partiti e le milizie iracheni sostenuti da Teheran hanno affermato che quanto accaduto non è da considerarsi un atto di aggressione da parte iraniana, bensì un’azione difensiva, in risposta ad un precedente attacco di Washington. Il riferimento va al raid condotto il 3 gennaio, ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha causato la morte del capo della Quds Force, Qassem Soleimani. Pertanto, tali partiti si sono detti contrari a qualsiasi denuncia contro Teheran.

Da parte iraniana, una delle dichiarazioni è giunta dal leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, il quale ha affermato, in un discorso televisivo a seguito dell’attacco, che quanto accaduto rappresenta “uno schiaffo” dato in faccia agli Stati Uniti e che, sebbene le misure militari non siano sufficienti per vendicarsi, è necessario agire per porre fine alla “presenza corrotta” di Washington nella regione. Il leader ha poi specificato che tra i nemici vi sono anche quelli “sionisti”, con riferimento a Israele, e che sedersi al tavolo del dialogo è diventato poco funzionale, in quanto il dialogo spesso apre le porte alle “interferenze dei nemici”.

Khamenei ha poi affermato che il popolo iraniano è pronto ad affrontare qualsiasi attacco perpetrato contro Teheran, nonostante si trovi di fronte ad un “grande fronte”.  L’Iran, a detta del leader, è pronto ad agire contro quelle che ha definito “cospirazioni statunitensi”, e che la ripresa dei colloqui sulla questione nucleare rischia di favorire il dominio di Washington.

Il capo di Stato dell’Iran, Hassan Rouhani, ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno sì tagliato il “braccio”, ovvero Qassem Soleimani, ma Teheran risponderà tagliando “le gambe” agli Stati Uniti, ponendo fine alla propria presenza nella regione. Simili affermazioni sono giunte anche dal ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, il quale ha riferito che l’Iran non desidera alcun conflitto né tantomeno un’escalation nella regione, ma sarà pronto ad agire in caso di ulteriori aggressioni. A detta del ministro, inoltre, l’attacco dell’8 gennaio rappresenta una risposta “proporzionata” in un’ottica di auto-difesa.

Anche il ministro della Difesa iraniano, Amir Hatami, ha affermato che le prossime mosse di Teheran dipenderanno da come agirà Washington e, anche in questo caso, si tratterà di una risposta “proporzionata”. Tuttavia, ha specificato il ministro, il fine ultimo dell’Iran sarà l’espulsione delle truppe statunitensi dalla regione, le quali non potranno più trovare un porto sicuro in Medio Oriente. Il consigliere della presidenza iraniana, Hesamodin Ashna, ha messo in guardia da possibili ripercussioni, affermando che qualsiasi risposta degli Stati Uniti all’attacco missilistico iraniano potrà portare a una guerra totale in Medio Oriente. Il capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane, il generale Mohammad Bagheri, ha poi riferito che la risposta a una eventuale nuova aggressione americana sarà più forte e più ampia. “È giunto il momento per Washington di adottare un altro metodo per trattare con l’Iran e di ritirare le sue forze dalla regione” sono state le parole del generale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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