Tunisia: insegnanti in piazza, insoddisfazione per il nuovo governo

Pubblicato il 7 gennaio 2020 alle 15:45 in Africa Tunisia

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Numerosi insegnanti, di diverso ordine e grado, si sono radunati, il 6 gennaio, per le strade tunisine di alcuni governatorati, per richiedere l’applicazione di accordi precedentemente stabiliti e il pagamento dei salari non ancora pervenuti.

In particolare, il riferimento va a un accordo stipulato l’8 maggio 2018, con cui si garantisce anche agli insegnanti tunisini non di ruolo copertura sanitaria e stipendi a cadenza mensile. La folla di manifestanti era composta perlopiù dai cosiddetti “vice-insegnanti”, ovvero da coloro che hanno ricoperto cattedre di supplenza nell’ultimo anno, in particolare presso le scuole primarie e degli ordini obbligatori. Questi si sono radunati davanti alla sede del Ministero della Pubblica Istruzione, chiedendo un’assunzione diretta, nonché una regolamentazione del loro status.

Uno dei manifestanti ha riferito che la richiesta principale presentata al governo è il pagamento degli stipendi, non pervenuti dal mese di settembre scorso, e la regolarizzazione di almeno 7.000 insegnanti su 12.000, come previsto dall’accordo del 2018. Secondo quanto riferito, è da mesi che il corpo docenti tunisino vive una fase di malcontento, ma si è preferito aspettare la fine degli esami per non arrecare danno agli studenti. Non da ultimo, è stata lamentata una mancanza di servizi idonei soprattutto per gli insegnanti delle aree rurali, in cui non vi è una linea di trasporto efficiente. Anche le strutture non sono considerate funzionali e diversi docenti non riescono ad accedere ai servizi sanitari che spetterebbero loro.

Come specificato da un professore universitario, di recente il Ministero dell’Istruzione tunisino ha previsto l’inserimento di 2600 nuovi insegnanti, ma provenienti dalla cosiddetta “Grande Tunisi”, un’area metropolitana comprendente Tunisi, Ariana, Manouba e Ben Arous. Oltre a richiedere l’inclusione di docenti di tutte le province tunisine, è stato sottolineato come l’accordo del 2018 preveda l’inserimento degli insegnanti provvisori e dei neolaureati in Scienze dell’Educazione in blocchi, per un periodo che va dal 2020 al 2022.

Nel frattempo, il primo ministro tunisino designato, Habib Jemli, ha presentato, il primo gennaio, la propria proposta di un eventuale governo al capo di Stato, Kais Saied. Sono circa due mesi che la Tunisia attende la formazione di un nuovo esecutivo, a seguito delle elezioni legislative, svoltesi il 6 ottobre scorso. In tale occasione, Ennahda, partito tunisino di centro-destra, autodefinitosi “islamico” e “democratico”, è risultato essere il principale vincitore e, pertanto, si era proposto di presentare un proprio membro come primo ministro, in modo da rispettare quanto decretato.

Tuttavia, diversi partiti politici hanno già annunciato l’intenzione di non votare la fiducia del governo di Jemli, in quanto peccherebbe di indipendenza e competenza. Inoltre, il nuovo esecutivo sarebbe formato da soli 42 membri tra ministri e segretari di Stato, e questo risulta essere strano rispetto ai governi precedenti che, dal 2011, hanno talvolta raggiunto anche quota 183.

Inoltre, sin dalla rivoluzione, i tunisini hanno più volte affermato di essersi ritrovati di fronte a “governi sessisti”, in cui si parla molto dei diritti concessi alle donne ma in cui si fa fatica a conferire loro incarichi governativi. Il numero di ministre e segretarie di Stato non ha mai superato la soglia di otto donne. Jemli, dal canto suo, aveva inizialmente affermato che il nuovo esecutivo sarebbe stato composto per il 40% da donne. Tuttavia, secondo quanto riferito, al momento risulterebbero soltanto quattro le donne con incarichi ministeriali e sei segretarie di Stato, all’interno di una squadra governativa composta, in totale, da 42 membri.

Sin dal mese di ottobre 2019, i diversi partiti politici seduti in Parlamento non sono riusciti a trovare un accordo volto a creare una coalizione, così da proporre un primo ministro e formare un nuovo esecutivo. Il rischio temuto da molti è legato a ritardi nell’attuazione di quelle riforme indispensabili a risanare l’economia del Paese, oltre che nella presentazione del bilancio. Jemli, sin dall’assunzione del mandato, il 15 novembre 2019, ha tenuto costanti consultazioni per sei settimane e si era detto intenzionato a formare un governo di personalità indipendenti, non legate ad alcun partito politico, viste altresì le difficoltà incontrate nel raggiungere un accordo con le diverse parti politiche. Il termine ultimo per la presentazione di un eventuale esecutivo era stato stabilito al 15 gennaio 2020.

Il governo uscente ha già attuato tagli per ridurre il deficit pubblico, ma il Fondo Monetario Internazionale e altri istituti di credito stranieri hanno più volte richiesto ulteriori riforme fiscali. Al contempo, i cittadini tunisini hanno mostrato il proprio malcontento verso i servizi pubblici del Paese, considerati peggiori rispetto al periodo pre-rivoluzione del 2011. Ciò ha portato la popolazione ad avere sempre meno fiducia nei confronti delle istituzioni e della classe politica al potere.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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