Pentagono esclude attacchi contro i siti culturali iraniani

Pubblicato il 7 gennaio 2020 alle 9:02 in Iran USA e Canada

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Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, ha dichiarato che non ci saranno attacchi militari contro siti culturali in Iran, nonostante le precedenti dichiarazioni del presidente USA, Donald Trump. 

Esper ha riconosciuto che colpire siti culturali senza valore militare equivale a un crimine di guerra, affermando il contrario di Trump, che ha insistito sul fatto che questi rappresentano, invece, obiettivi legittimi. “Seguiremo le leggi del conflitto armato”, ha dichiarato Esper in una conferenza stampa al Pentagono, il 6 gennaio, quando gli è stato chiesto se tali luoghi potevano essere presi di mira. Quando un giornalista ha domandato, nello specifico, se la risposta fosse quindi negativa, dato che le leggi di guerra proibiscono di colpire siti culturali, il segretario alla Difesa ha confermato. “Queste sono le leggi dei conflitti armati”, ha dichiarato. Tale questione nasce dal fatto che Donald Trump, il 4 gennaio, aveva affermato che gli Stati Uniti avevano identificato 52 potenziali obiettivi da colpire in Iran, se il Paese si fosse vendicato per l’uccisione del generale Qassim Suleimani. Tuttavia, secondo un funzionario amministrativo statunitense, che ha chiesto di non essere identificato, nessuno di questi obiettivi è qualificato come sito culturale. Non sarebbe chiaro, dunque, il motivo per cui il presidente aveva scritto su Twitter che si trattava di luoghi “di altissimo livello e importanti per l’Iran e la cultura iraniana”. 

Tali dichiarazioni hanno suscitato scandalo e proteste da parte dell’Iran e di numerosi altri Paesi, che hanno affermato che ciò dimostra che gli Stati Uniti sono gli aggressori sull’arena internazionale e che questi non intendono colpire unicamente il governo iraniano, ma il suo popolo, la sua storia e la sua stessa nazionalità. Persino alcuni degli alleati internazionali di Washington hanno criticato Trump. Tra questi, il primo ministro britannico, Boris Johnson, che ha pubblicato una dichiarazione sull’illegalità della pratica di attaccare i siti culturali. Gli stessi leader militari statunitensi sono stati messi in una posizione difficile, secondo quanto affermano i media statunitensi. “Non siamo in guerra con la cultura del popolo iraniano”, ha riferito il 6 gennaio il senatore Lindsey Graham, un repubblicano della Carolina del Sud e uno dei sostenitori più convinti del presidente al Congresso. “Siamo in conflitto con la teologia, l’Ayatollah e il suo modo di fare affari”, ha aggiunto. Graham ha comunicato di aver riferito tale messaggio a Trump, in una telefonata. “Penso che se il presidente dice vi colpiremo duramente, sia giusto”, ha detto a tale proposito. “Attaccare i siti culturali non li colpisce duramente, ma crea più problemi. Stiamo cercando di mostrare solidarietà al popolo iraniano”, ha aggiunto.

L’Iran, sede di una delle civiltà più antiche del mondo, conta 22 siti culturali nella Lista del Patrimonio Mondiale dall’UNESCO, l’organizzazione culturale delle Nazioni Unite. Tra questi vi sono le rovine di Persepoli, la capitale dell’Impero achemenide, successivamente conquistata da Alessandro Magno. Altri includono Tchogha Zanbil, i resti della città santa del Regno di Elam e una serie di giardini persiani che risalgono ai tempi di Ciro il Grande. Le tensioni recenti tra Iran e Stati Uniti sono cresciute a seguito di un raid aereo, effettuato il 3 gennaio, contro l’aeroporto di Baghdad, in cui il generale iraniano Soleimani è deceduto. L’attacco è stato ordinato direttamente dal presidente degli Stati Uniti, che ha giustificato la propria decisione dichiarando che il generale era responsabile dell’uccisione di migliaia di statunitensi negli ultimi decenni. L’uomo, inoltre, a detta di Trump, stava inoltre pianificando nuovi attentati. Per tale motivo, necessitava di essere eliminato e, anzi, avrebbe dovuto “essere fatto fuori molti anni fa”.

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Maria Grazia Rutigliano  

di Redazione

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