Migliaia di persone ricordano Soleimani, Teheran continua a minacciare Washington

Pubblicato il 7 gennaio 2020 alle 11:26 in Iran USA e Canada

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Una grande folla di cittadini in lutto si è riunita, il 7 gennaio, a Kerman, nel Sud-Est dell’Iran, per il terzo e ultimo giorno di processioni funebri in onore del generale della Quds Force, Qassem Soleimani, morto il 3 gennaio scorso, mentre le Guardie della Rivoluzione iraniana minacciano di vendicarne l’uccisione con un “terremoto” di violenza.

Le immagini trasmesse dalla televisione di Stato iraniana hanno mostrato ancora una volta migliaia di persone vestite di nero, mentre sventolavano immagini e foto del generale Soleimani e inneggiavano slogan contro gli Stati Uniti e Israele. Secondo i media locali, durante la processione funebre, almeno 56 persone sono state uccise in una fuga precipitosa e circa altre 200 sono rimaste ferite. I primi video pubblicati online mostrano alcune vittime giacere ai margini delle strade, mentre altre invocano aiuto.

Si prevede che il corpo di Soleimani giungerà a Kerman, città natale del generale, nelle prossime ore, mentre quelle del vicecomandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, morto anch’egli nel raid del 3 gennaio, verrà traferito a Bassora. Secondo quanto riferito dai media iraniani, le processioni funebri tenutesi nelle altre città iraniane ed irachene sino ad ora hanno visto la partecipazione di milioni di persone. Un fenomeno definito senza precedenti.

In tale quadro, nel corso della processione funebre del 7 gennaio, il comandante del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC), Hossein Salami, ha nuovamente ribadito che l’uccisione di Soleimani verrà vendicata attraverso una dura risposta contro coloro che sono stati definiti nemici, distruggendo altresì le aree che ricevono il supporto statunitense. A tal proposito, è stato affermato che, attualmente, non vi è alcun luogo nella regione in cui gli Stati Uniti possano essere al sicuro. Al contrario, l’uccisione di Soleimani ha segnato l’inizio della fine della presenza di Washington nella regione.

Il generale Soleimani, morto all’età di 62 anni, è stato definito un martire, nonché una minaccia per i principali nemici dell’Iran. Il raid che ha portato alla sua uccisione, condotto contro l’aeroporto di Baghdad, è del 3 gennaio ed è stato ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Quest’ultimo ha giustificato la sua decisione affermando che il generale è stato responsabile della morte e del ferimento di migliaia di cittadini statunitensi e continuava a rappresentare una minaccia.

Funzionari iraniani hanno minacciato, anche nei giorni scorsi, una risposta militare all’assassinio di Soleimani, e alcuni hanno rivelato che questa potrebbe giungere da gruppi fedeli all’Iran. In tale quadro, un corrispondente di Al-Jazeera a Teheran ha riferito, il 7 gennaio, che il Parlamento iraniano ha deciso di includere il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, il Pentagono, nella lista dei promotori del terrorismo. Oltre a elencare tutti i membri del Pentagono, le società ed istituzioni affiliate, sono stati inclusi i leader e coloro che sono stati coinvolti nell’assassinio di Soleimani.

Non da ultimo è stata approvata una legge “urgente” volta a rafforzare le risorse e le capacità della Quds Force, affiliata alle Guardie rivoluzionarie, così da poter vendicare l’uccisione del proprio leader. Secondo tale ultimo emendamento, duecento milioni di euro verranno stanziati in aggiunta al budget destinato alla Quds Force, provenienti dal Fondo di sviluppo nazionale. Secondo quanto affermato dal presidente del Parlamento, Ali Larijani, la situazione nella regione sta assistendo ad una nuova fase e non sarà possibile ritornare indietro.

L’uccisione del generale della Quds Force ha alimentato ulteriormente le tensioni tra Washington e Teheran, a tal punto da essere considerata tra gli scontri più significativi degli ultimi anni. Il clima si è particolarmente acuito a seguito della decisione di Donald Trump, dell’8 maggio 2018, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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