Libano: ancora proteste, quale scenario per Hezbollah dopo la morte di Soleimani

Pubblicato il 7 gennaio 2020 alle 12:44 in Libano Medio Oriente

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Professori e studenti delle università libanesi sono tornati ad occupare le strade della capitale libanese Beirut, il 6 gennaio, continuando a chiedere la formazione di un esecutivo che risponda alle esigenze della popolazione. Nel frattempo, si prospetta che l’uccisione di Soleimani possa complicare ulteriormente il quadro politico e la sicurezza del Libano.

La marcia di protesta del 6 gennaio ha avuto inizio di fronte al Palazzo di Giustizia di Beirut, per poi dirigersi verso il Parlamento. I manifestanti hanno esortato le autorità a rivolgere immediatamente lo sguardo alla crisi finanziaria in cui riversa il Paese, invece di preservare gli interessi dei maggiori depositanti e banchieri. La Magistratura è stata, invece, invitata a divenire un organo indipendente e neutrale, in grado di salvaguardare le libertà pubbliche. Tra le altre richieste dei cittadini scesi in piazza, l’indipendenza dell’Università libanese e la libertà di circolazione di insegnanti e studenti, con la garanzia di poter continuare ad insegnare e ad apprendere per combattere la disoccupazione e la relativa migrazione.

La popolazione libanese è scesa in piazza a partire dal 17 ottobre 2019, chiedendo le dimissioni del governo, una nuova legge elettorale ed elezioni anticipate, con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Uno dei risultati di tale mobilitazione è stato rappresentato dalle dimissioni del premier Saad Hariri, del 29 ottobre, cui hanno fatto seguito settimane di attesa per una personalità indipendente in grado di assumere la guida del governo. Successivamente, un ex ministro dell’Istruzione, Hassan Diab, il 19 dicembre, ha ricevuto l’incarico dal presidente libanese, Michel Aoun, di formare un nuovo esecutivo per il Paese. Tuttavia, sono diversi gli ostacoli presentatisi sia all’interno dei diversi blocchi ed alleanze politiche sia tra le piazze del Paese.

Secondo quanto affermato da una giornalista del quotidiano arabo al-Modon, Munira al-Rabie, l’uccisione del capo della Quds Force, Qassem Soleimani, a seguito di un raid ordinato da Washington, il 3 gennaio scorso, e dei conseguenti sviluppi a livello regionale, potrebbe rendere le problematiche vissute dal Libano a livello politico una questione marginale. A detta della giornalista, i diversi fronti del panorama politico libanese si sono uniti in segno di un “legame morale”.

Secondo quanto riferito, il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha dimostrato ancora una volta che il Libano è parte integrante dell’asse iraniano. Già a seguito della morte di Soleimani, il Segretario aveva affermato che il suo gruppo di miliziani sciiti si sarebbe vendicato e avrebbe portato avanti il percorso avviato dal generale iraniano Soleimani. Nasrallah ha poi aggiunto che gli Stati Uniti non saranno in grado di raggiungere i propri obiettivi a seguito di questo “grande crimine” e che punirli è un dovere di tutti i combattenti.

Il segretario di Hezbollah sembrava essere l’erede di Soleimani in una nuova fase e in tutte le arene arabe. Secondo quanto riferito da Nasrallah, Teheran ha affermato che non chiederà nulla ai suoi alleati per vendicare la morte del generale e che ogni Paese, ogni “asse della resistenza”, dovrà trovare il modo opportuno per agire. Nasrallah, dal canto suo, ha ordinato agli alleati dell’Iran di rispondere prendendo di mira basi, soldati e navi da guerra statunitensi in Medio Oriente. Ciò, a detta della giornalista di al-Modon, corrisponde a fare le veci di Soleimani, distribuendo compiti tra i diversi alleati e prospettando ipotesi future.

Parallelamente, Nasrallah gode di un’influenza carismatica all’interno dell’asse iraniano. Suo figlio è un martire e ha aiutato il partito in tutti i conflitti e le guerre condotte dagli alleati di Teheran, dalla Siria all’Iraq, allo Yemen, alla Palestina. Ciò qualificherebbe il segretario di Hezbollah come sostituto di Soleimani. Non da ultimo, Hezbollah, secondo quanto affermato da al-Modon, è anche l’alleato più forte, organizzato e influente dell’Iran nella regione. Il partito ha esercitato un controllo assoluto sul Libano politicamente e militarmente e ciò gli conferisce un ruolo maggiore rispetto agli altri alleati. Se Nasrallah dirigerà le diverse parti ad agire contro gli Stati Uniti, si presume che vi sarà un cambiamento nelle politiche e negli equilibri di ciascun alleato iraniano. E ciò non potrà non influenzare anche il Libano. Sebbene il Segretario non si sia definito un “decisore”, numerosi sono gli interrogativi sulla neutralità del Libano in un eventuale scontro futuro in Medio Oriente.

Inoltre, specifica al-Modon, è vero che il Libano non ospita basi militari statunitensi ma vi sono soldati e ufficiali americani ad Hamat, nella base aerea di Riyaq e nella base navale di Aamchit, e la loro presenza è legata a programmi di coordinamento e assistenza per l’esercito libanese. Pertanto, se si dovesse decidere di prendere di mira Washington, bisognerebbe aspettarsi ripercussioni negative per l’intero Paese. Uno scenario simile, definito drammatico, non sarebbe meno grave di quello che caratterizza l’Iraq e la Siria. Tuttavia, a detta della giornalista, in un panorama politico incerto, Hezbollah mira a non perdere le proprie quote ed il proprio ruolo a livello politico e governativo e, pertanto, è più probabile che saranno “calma, tattica e pazienza” a prevalere.

Hezbollah, definito un’organizzazione terroristica da Israele e Stati Uniti, è un attore chiave nell’arena politica del Libano. Israele considera tale movimento sciita armato, sostenuto da Teheran, la più grande minaccia per il Paese proveniente dall’esterno dei confini nazionali. I due si sono scontrati nel 2006, in una battaglia lunga 34 giorni, nella quale circa 1200 persone sono morte in Libano, per lo più civili, e altre 158 hanno perso la vita a Israele, in gran parte soldati. 

Non da ultimo, Libano e Israele sono stati protagonisti di una nuova escalation di tensioni dal 25 agosto 2019, quando un drone israeliano è precipitato nelle periferie meridionali di Beirut, controllate dal gruppo islamista Hezbollah, e un secondo drone è esploso nelle vicinanze, nelle prime ore del mattino. Il giorno successivo, il 26 agosto, tre raid aerei, sempre di provenienza israeliana, hanno colpito una base palestinese, nei pressi del confine con la Siria, situata vicino al villaggio di Qusaya, nella Valle di Bekaa.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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