Iraq: i segnali di un’economia in declino dopo le minacce di Trump

Pubblicato il 7 gennaio 2020 alle 16:32 in Iraq Medio Oriente

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L’Iraq ha assistito a grandi turbolenze nei mercati di cambio e nel traffico commerciale, tra il 5 ed il 6 gennaio, che hanno causato un declino delle attività in diversi settori, in primis edilizia, settore automobilistico e quello immobiliare.

Ciò si è verificato, in particolare, a seguito delle dichiarazioni del capo della Casa Bianca, Donald Trump, del 5 gennaio scorso, quando ha minacciato l’imposizione di sanzioni contro l’Iraq, se le truppe statunitensi saranno obbligate a lasciare il Paese. L’affermazione era giunta, a sua volta, dopo che il Parlamento iracheno si era detto a favore dell’allontanamento delle truppe statunitensi dal Paese.

Secondo quanto affermato dai commercianti iracheni, il mercato delle materie prime sta assistendo ad una fase di destabilizzazione, alla luce dei recenti sviluppi che hanno interessato la regione e la conseguente domanda dei consumatori di acquistare un maggior numero di prodotti per paura degli eventi futuri. Non da ultimo, è stato altresì evidenziato che sono diversi gli ordini già spediti verso porti e valichi di frontiera e, se il tasso di cambio non si stabilizzerà quanto prima entro limiti ragionevoli, si rischiano gravi perdite, pari a milioni di dollari.

Un membro della Camera di Commercio irachena, Hussein al-Asadi, ha confermato che le minacce di Trump e l’attuale clima di tensione tra Washington e Teheran ha sollevato diverse preoccupazioni tra i commercianti e i cittadini iracheni. Secondo quanto riferito, la svalutazione della moneta locale, il dinaro iracheno, è dovuta soprattutto al desiderio della popolazione irachena di acquistare grandi quantità di dollari, per paura di guerre future o in vista delle sanzioni economiche minacciate dal capo della Casa Bianca. Non da ultimo, tale atmosfera ha provocato un ritardo nelle decisioni del popolo iracheno, il quale attualmente preferisce aspettare prima di acquistare grandi beni come una casa o un’automobile. Inoltre, si prevede che nei prossimi giorni la situazione potrebbe peggiorare se la Banca centrale dell’Iraq non agirà con efficacia.

Il 5 gennaio, il Parlamento iracheno ha approvato una risoluzione con cui si chiede al governo di espellere le truppe straniere in Iraq, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran dopo l’uccisione del comandante della Quds Force, Qassem Soleimani, del 3 gennaio. “Il governo si impegna a revocare la sua richiesta di assistenza da parte della coalizione internazionale impegnata nella lotta contro lo Stato islamico, a causa della fine delle operazioni militari in Iraq e del raggiungimento della vittoria”, si legge nella risoluzione, in cui il governo iracheno viene altresì esortato ad impedire a forze straniere di utilizzare territori, acque o spazio aereo iracheni. Tuttavia, le risoluzioni parlamentari, diversamente dalle leggi, non sono vincolanti e la mossa necessiterà di una nuova legislazione per annullare l’accordo precedente.

Secondo quanto affermato dal primo ministro, Adel Abdul Mahdi, con la vittoria contro l’ISIS, proclamata il 9 dicembre 2017, non vi è più motivo per gli Stati Uniti di rimanere con le proprie forze nel Paese. A detta di Mahdi, inoltre, l’Iraq ha due alternative tra cui scegliere, ovvero porre fine alla presenza di truppe straniere o prendere in considerazione l’idea di un progetto di legge che assicuri che i soldati statunitensi rimangano nel Paese con il solo obiettivo di formare le forze di sicurezza locali, nel quadro della lotta contro lo Stato Islamico.

Tale situazione grava ulteriormente su un Paese interessato, dal primo ottobre 2019, da disordini politici e sociali, che hanno portato alle dimissioni di Mahdi, il 30 novembre. La popolazione è scesa in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime. 

Sebbene l’Iraq disponga della quarta più grande riserva petrolifera, a detta del Fondo Monetario Internazionale, la maggior parte della popolazione, pari a circa 40 milioni, vive in condizioni di povertà senza un’adeguata assistenza sanitaria, istruzione, elettricità o altri servizi. Non da ultimo, i giovani criticano l’incapacità del governo di fornire posti di lavoro adeguati. Secondo la World Bank, la disoccupazione giovanile raggiunge circa il 25%. Non da ultimo, l’Iraq ha raggiunto un punteggio di 18 su 100 nella lista Paesi più corrotti al mondo, secondo i dati di Transparency International, dove 0 indica un alto livello di corruzione. Ciò è dovuto al fatto che circa 450 miliardi di dollari di fondi pubblici sono scomparsi dalla caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, ovvero quattro volte il bilancio dello Stato e più del doppio del PIL dell’Iraq.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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