Gli ultimi sviluppi sul caso Ghosn, l’ex ceo Nissan divenuto un fuggitivo internazionale

Pubblicato il 7 gennaio 2020 alle 17:27 in Giappone Libano

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Le autorità giapponesi hanno affermato, il 7 gennaio, di aver emesso un mandato di arresto per la moglie dell’ex amministratore delegato di Nissan-Renault Carlos Ghosn, Carole. L’obiettivo è riportare il magnate del colosso automobilistico in Giappone, affinchè affronti i processi penali in cui è coinvolto.

L’ex presidente e amministratore delegato del colosso franco-nipponico ha lasciato il Giappone nella notte tra il 29 ed il 30 dicembre scorso ed è giunto nella capitale libanese Beirut, a bordo di un jet privato di provenienza turca. È dal 19 novembre 2018 che Ghosn si trovava in libertà vigilata a Tokyo, a seguito delle accuse di cattiva condotta finanziaria, e gli era stato impedito di lasciare il Paese fino al processo. Tra le accuse rivoltegli, l’appropriazione indebita di fondi aziendali pari a circa 15 milioni di dollari, inviati a una società distributrice di automobili omanita, di proprietà di un suo socio. Prima di essere rilasciato su cauzione, l’ex ceo aveva trascorso 130 giorni in prigione. L’Interpol ha emesso un mandato d’arresto il 2 gennaio scorso, ma le cosiddette Red Notice funzionano essenzialmente come una richiesta diplomatica di aiuto, non come un mandato di arresto internazionale, e non obbligano i governi ad adempiervi. Le autorità giapponesi, dal canto loro, hanno invitato Beirut a restituire Ghosn, sebbene riconoscano che la legge libanese proibisce l’estradizione di un suo cittadino.

Al momento della fuga e del suo arrivo in Libano, Ghosn ha affermato di stare scappando da una forma di “ingiustizia” e “persecuzione politica”, nonché da un sistema giudiziario, quello giapponese, definito truccato, in cui si assiste ad una negazione dei diritti umani di base, oltre che a forme di discriminazione. Non da ultimo, a detta dell’imputato, il Giappone non rispetta i suoi obblighi legali sanciti dal diritto internazionale e dai trattati e accordi stipulati.

Fonti vicine a Ghosn hanno rivelato, il 2 gennaio, che quest’ultimo ha deciso di fuggire dal Giappone dopo aver appreso che il suo processo era stato rinviato al mese di aprile 2021 e che gli era stato impedito di parlare con sua moglie. Inoltre, a detta delle stesse fonti, l’ex ceo si era mostrato preoccupato quando, a dicembre 2019, i figli erano stati interrogati dal pubblico ministero negli Stati Uniti, convinto che le autorità volessero estorcergli confessioni facendo pressioni sulla sua famiglia.

Il mandato di arresto per Carole Ghosn è stato emesso con il sospetto di falsa testimonianza, in quanto la moglie dell’ex ceo, sua principale sostenitrice, nel mese di aprile 2019, aveva affermato di non conoscere persone coinvolte nel caso, sebbene fosse in contatto con i membri responsabili del trasferimento di denaro tra Ghosn e le altre compagnie sotto accusa.

Si suppone che la signora Ghosn si trovi attualmente nella capitale libanese Beirut, dove è stata fotografata con suo marito alla vigilia di Capodanno. La moglie di Ghosn è una cittadina sia libanese sia statunitense. Non è chiaro in che modo un mandato di arresto giapponese influirà sulla sua capacità di Carole di tornare negli Stati Uniti, Paese che ha un accordo di estradizione con il Giappone, o di viaggiare in altri Paesi con legami estesi con Tokyo.

Dal canto suo, il ministro della Giustizia libanese, Albert Sarhan, ha affermato, il 7 gennaio, che la Procura ha ricevuto la cosiddetta Red Notice dell’Interpol, relativa all’arresto di Ghosn, e che procederà nel modo più opportuno, secondo i dettami previsti dalla Magistratura libanese, ma non è stato ancora ricevuto alcun fascicolo relativo alla moglie Carole. Per il ministro, inoltre, l’ingresso dell’ex-ceo nel territorio libanese è legale e lo stesso vale per la sua permanenza.

In tale quadro, il presidente del Libano, Michel Aoun, si è incontrato con l’ambasciatore giapponese a Beirut, Takeshi Okobo. Quest’ultimo ha chiesto al capo di Stato libanese di cooperare maggiormente sul caso Ghosn, al fine di evitare ripercussioni negative sulle relazioni tra Libano e Giappone. L’ambasciatore giapponese ha poi affermato che la discussione con Aoun ha preso in esame le relazioni bilaterali “storiche” ed i “forti legami di amicizia” tra i due Paesi, in diversi campi.

Sempre il 7 gennaio, il ministro giapponese dei Trasporti, Kazuyoshi Akaba, ha dichiarato che le autorità hanno invitato i principali aeroporti con terminal per jet privati ad ispezionare i bagagli di grandi dimensioni. Tali misure fanno seguito alle notizie secondo cui Ghosn è fuggito attraverso l’aeroporto internazionale di Kansai a Osaka, in Giappone, nascondendosi in una grande scatola caricata su un aereo privato. Nella medesima giornata, Nissan ha rotto il silenzio sul volo dell’ex ceo, affermando che un’indagine interna ha riscontrato “numerosi atti di cattiva condotta” e che la compagnia potrebbe continuare a collaborare con le autorità nelle indagini.

Il governo di Tokyo non ha firmato un trattato di estradizione con il Libano, e ciò rende più difficile la cooperazione giudiziaria con Beirut. Ghosn è nato in Brasile ma ha nazionalità libanese, oltre a quella francese, e il Libano solitamente non estrada i suoi cittadini. Da parte francese, il segretario di Stato all’economia, Agnes Pannier-Runacher, ha annunciato che nemmeno Parigi estraderà l’ex presidente in quanto cittadino francese, sebbene sia indagato anche nel Paese europeo. Tuttavia, Pannier-Runacher si è detto interessato a comprendere quanto accaduto.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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