Trump minaccia sanzioni contro l’Iraq

Pubblicato il 6 gennaio 2020 alle 13:00 in Iraq USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha minacciato l’imposizione di sanzioni contro l’Iraq, se le truppe statunitensi fossero obbligate a lasciare il Paese.

Durante un discorso a bordo dell’Air Force One, la sera di domenica 5 gennaio, Trump ha dichiarato che il governo iracheno dovrebbe ripagare Washington per il prezzo di una base aerea straordinariamente costosa, se l’esercito USA dovesse lasciare il Paese. Il presidente ha aggiunto che se l’Iraq chiedesse alle forze statunitensi di andarsene in maniera ostile, allora Washington applicherà “sanzioni come non hanno mai visto prima, che faranno sembrare quelle iraniane un po’ leggere”. Solo il giorno precedente, il 4 gennaio, Trump aveva scritto una serie di post su Twitter in cui minacciava di colpire 52 siti iraniani, compresi luoghi importanti per la cultura persiana, se Teheran attaccasse obiettivi USA. Tali assalti servirebbero a vendicare la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, avvenuta il 3 gennaio, quando un raid ordinato dal capo della Casa Bianca ha colpito l’aeroporto internazionale di Baghdad. 

“Sono autorizzati a uccidere la nostra gente. Sono autorizzati a torturare e mutilarla. Sono autorizzati a mettere bombe lungo la strada e far esplodere i nostri. E non ci è permesso di toccare i loro siti culturali?”, ha dichiarato Trump. L’opposizione democratica al presidente sostiene che Trump è stato sconsiderato nell’autorizzare l’attacco e nel mantenere la tensione così alta. Alcuni deputati hanno affermato che i suoi commenti sull’assalto ai siti culturali equivalgono a minacce per commettere crimini di guerra. I repubblicani al Congresso, invece, hanno generalmente appoggiato la mossa di Trump.

Le minacce di Trump arrivano dopo che il Parlamento iracheno, sempre il 5 gennaio, ha approvato una risoluzione con cui si chiede al governo di espellere le truppe straniere in Iraq, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran. “Il governo si impegna a revocare la sua richiesta di assistenza da parte della coalizione internazionale impegnata nella lotta contro lo Stato islamico, a causa della fine delle operazioni militari in Iraq e del raggiungimento della vittoria”, si legge nella risoluzione, in cui il governo iracheno viene altresì esortato ad impedire a forze straniere di utilizzare territori, acque o spazio aereo iracheni. Tuttavia, le risoluzioni parlamentari, diversamente dalle leggi, non sono vincolanti e la mossa necessiterà di una nuova legislazione per annullare l’accordo precedente.

Anche il premier del governo ad interim, Adel Abdul Mahdi, dimessosi il 30 novembre scorso, aveva precedentemente invitato il Parlamento ad agire per porre fine alla presenza statunitense in Iraq. Secondo quanto affermato dal primo ministro, il 5 gennaio, con la vittoria contro l’ISIS, proclamata il 9 dicembre 2017, non vi è più motivo per gli Stati Uniti di rimanere con le proprie forze nel Paese. A detta di Mahdi, inoltre, l’Iraq ha due alternative tra cui scegliere, ovvero porre fine alla presenza di truppe straniere o prendere in considerazione l’idea di un progetto di legge che assicuri che i soldati statunitensi rimangano nel Paese con il solo obiettivo di formare le forze di sicurezza locali, nel quadro della lotta contro lo Stato Islamico.

Oggi, la coalizione anti-ISIS, a guida statunitense, conta circa 80 membri. Sin dal 2014, questa si è impegnata nella lotta allo Stato Islamico, con l’obiettivo di sconfiggerlo su tutti i fronti, distruggendo altresì le proprie reti ed ostacolando le proprie mire espansionistiche. Oltre alle campagne militari condotte in Iraq e in Siria, la coalizione mira anche a minare l’infrastruttura finanziaria ed economica dell’ISIS, a frenare il flusso di foreign fighter attraverso i confini e a riportare la stabilità ed i servizi pubblici essenziali nelle aree liberate dalla morsa del gruppo terroristico.

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Maria Grazia Rutigliano  

 

di Redazione

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