Il Marocco e la questione delle libertà negate

Pubblicato il 6 gennaio 2020 alle 14:47 in Africa Marocco

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Il Marocco ha a lungo goduto della reputazione di Paese tra i più progressisti del mondo arabo. Tuttavia, negli ultimi anni, molti cittadini hanno preso coscienza di quanto sia ancora ampio il divario tra le promesse di maggiore libertà e la vita reale, fatta di frequenti repressioni. Diversi episodi, verificatisi negli ultimi mesi, hanno diffuso un risentimento sempre maggiore nell’opinione pubblica e portato centinaia di marocchini a protestare per le strade delle città, da Rabat a Casablanca. L’ultima di queste manifestazioni va avanti da fine dicembre e invoca a gran voce il rilascio di un giornalista, Omar Radi, arrestato per aver pubblicato un tweet in cui prende posizione contro un giudice responsabile della carcerazione di decine di attivisti. La vicenda di Radi è iniziata diversi mesi fa, ad aprile, quando su Twitter aveva condannato il verdetto del magistrato in base al quale si condannavano a 20 anni di prigione molti dei maggiori manifestanti del movimento Hirak. Si tratta di un gruppo che, da ottobre 2016, porta avanti una serie di manifestazioni, più o meno pacifiche, nella regione settentrionale del Rif, chiedendo riforme economiche e sociali, opportunità di lavoro, infrastrutture migliori, ospedali e servizi sanitari più efficienti. La decisione del giudice, ritenuta sproporzionata rispetto all’entità del reato, ha attirato le critiche di numerose organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Dopo il tweet di aprile, Radi è stato immediatamente convocato dalla polizia per riferire sul gesto, in un interrogatorio durato diverse ore. Successivamente rilasciato, l’uomo non è stato più informato sull’esito delle indagini fino al 26 dicembre, quando il pubblico ministero ha deciso di condannarlo con l’accusa di “insulto a un dipendente pubblico”. La seconda udienza, inizialmente prevista per il 2 gennaio 2020, è stata recentemente rimandata al 5 marzo.

Il caso di Radi è emblematico perché fa da specchio a una tendenza generale molto più ampia, radicata nel sistema marocchino, quella di una frequente repressione del dissenso e della libertà di stampa. Decine di altri giornalisti e attivisti si trovano al momento dietro le sbarre. “La detenzione e il processo ingiustificati di Radi giungono nel mezzo di un clima sempre più soffocante per giornalisti, dissidenti e artisti marocchini che parlano sui social media”, aveva detto il 29 dicembre, Sarah Leah Whitson, rappresentante di Human Rights Watch. “Se esprimi la tua insoddisfazione nei confronti del governo su YouTube, Facebook o Twitter, rischi il carcere in Marocco. Non il massimo per un Paese che si pone ancora come “un’eccezione liberale” nel mondo arabo”, aveva aggiunto. La dichiarazione si riferiva anche al caso di un altro marocchino, lo youtuber Mohamed Sekkaki, altresì noto come “Moul Kaskita”, condannato a 4 anni di prigione da un tribunale della città di Settat per aver “insultato il re”. Sekkaki, i cui video superano le 100.000 visualizzazioni, era stato arrestato a inizio dicembre dopo aver pubblicato un filmato in cui definiva i marocchini “scimmie” e criticava il re Mohammed VI, considerato “inviolabile” dalla Costituzione. Pochi giorni prima della condanna contro Sekkaki, uno studente del liceo, accusato di aver pubblicato su Facebook una canzone controversa che denunciava l’ingiustizia in Marocco, aveva ricevuto un’altra pena, da molti giudicata scandalosa, a 3 anni di carcere. La canzone, “Aach al Chaab”,che in arabo significa “lunga vita al popolo”, è stata scritta dal famoso rapper marocchino Mohamed Mounir, noto come Gnawi, anch’egli già condannato a novembre a un anno di carcere per “insulti contro la polizia”. L’ONG Reporters Without Borders, che misura i livelli di libertà di stampa in diversi Paesi, posiziona il Marocco al 135esimo posto su 180, nella classifica mondiale.

Un caso che ha provocato una delle maggiori tempeste di critiche e manifestazioni da parte di civili e attivisti di gruppi per la difesa dei diritti umani è stato quello della giornalista marocchina Hajar Raissouni, 28 anni, condannata a un anno di prigione per “aborto illegale”e rapporti sessuali fuori dal matrimonio. La giovane aveva ricevuto la sentenza il 30 settembre ed era stata accusata insieme al fidanzato sudanese, ginecologo, anestesista e assistente medico. Entrambi erano stati arrestati il 31 agosto, fuori da una clinica di Rabat. In tribunale, la donna ha negato di essersi sottoposta ad aborto affermando di essere stata curata per un’emorragia interna, testimonianza sostenuta dal suo ginecologo. Ciononostante, la sua condanna era stata emessa ai sensi dell’articolo 490 del codice penale del Regno che punisce le relazioni sessuali fuori dal matrimonio e gli aborti, se non in caso di pericolo di vita per la madre. Dopo settimane di proteste e critiche provenienti da ogni parte, il 16 ottobre, il re ha deciso di liberare la giornalista e il fidanzato concedendo loro la grazia reale. Il Ministero della Giustizia, chiamato a commentare la mossa del sovrano, ha affermato che il monarca ha voluto aiutare la coppia “a preservare il loro futuro, per stabilire una famiglia in linea con i nostri precetti religiosi e legali, nonostante l’errore commesso”. L’amnistia sarebbe stata decisa per “compassione”, ha aggiunto il Ministero. Raissouni, che lavorava per il quotidiano Akhbar Al-Yaoum, famoso per diverse storie di scontri con le autorità, ha tuttavia denunciato la vicenda che l’ha coinvolta definendola sempre un “processo politico”.

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Chiara Gentili

di Redazione

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