La Turchia nega l’invio di mercenari e combattenti siriani in Libia

Pubblicato il 6 gennaio 2020 alle 20:07 in Libia Turchia

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La Turchia ha dichiarato che rifiuterà l’invio di mercenari in Libia, affermando che la presenza di questo tipo di combattenti rischia di ostacolare i tentativi di riportare la stabilità nel Paese.

È quanto ha reso noto il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, durante una conferenza stampa congiunta ad Ankara, lunedì 6 gennaio, con lomologo sud sudanese, Awut Deng Acuil. Siamo contro i mercenari che combattono in Libia. Pensiamo che non possano portare pace e stabilità, ha dichiarato Cavusoglu, aggiungendo che lobiettivo della Turchia è comunque quello di istituire un coprifuoco il prima possibile e di contribuire alla ripresa del processo politico e istituzionale. Domenica 5 gennaio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha affermato che le unità militari turche hanno iniziato a trasferirsi in Libia per sostenere il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli. Alla richiesta di approfondire i commenti di Erdogan, Cavusoglu ha dichiarato che la Turchia invierà esperti, consulenti e personale tecnico come previsto dallaccordo di cooperazione militare firmato con il governo libico il 27 novembre. Il Parlamento turco aveva approvato il decreto che autorizza il governo di Erdogan a inviare le proprie truppe in Libia nella seduta straordinaria del 2 gennaio 2020. 

I commenti di Cavusoglu sono arrivati una settimana dopo che i funzionari turchi avevano dichiarato che Ankara stava valutando la possibilità di inviare combattenti ribelli siriani in Libia, come parte del suo impegno militare nel Paese nordafricano. In Siria, la Turchia ha supportato lEsercito siriano libero (FSA) nella lotta contro il regime del presidente Bashar al-Assad. Un portavoce delle FSA ha negato che Ankara avesse richiesto l’invio di combattenti siriani in Libia, ma una fonte militare interna allesercito ha dichiarato che alcuni combattenti si sono iscritti su base individuale per lavorare come “guardie del corpo” in una compagnia di sicurezza turca in Libia.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Parlando con il ministro degli Esteri sud sudanese, Cavusoglu ha dichiarato di supportare il dialogo tra Sudan e Sud Sudan per la stabilizzazione dellAfrica orientale. Il diplomatico turco ha poi ribadito la necessità di mantenere buone relazioni politiche tra le due nazioni, aggiungendo che dovrebbero concentrarsi sull’aumento del volume degli scambi. Cavusoglu ha affermato che sono in corso sforzi bilaterali per rafforzare accordi di cooperazione in vari settori, come la cultura, l’industria della difesa e l’economia. “Nel prossimo periodo, continueremo a contribuire alla stabilità, alla sicurezza e allo sviluppo economico della regione del Sud Sudan e dellAfrica orientale, migliorando al contempo le nostre relazioni bilaterali”, ha affermato il ministro turco. Acuil, da parte sua, ha sottolineato i legami storici tra due Paesi e ha affermato di voler migliorare le relazioni con la Turchia in tutti i campi. “Sono qui per approfondire le nostre relazioni e condividere la ricchezza del Sud Sudan con Ankara”, ha detto il ministro sud sudanese, aggiungendo che il Sud Sudan potrebbe trarre vantaggio dagli investimenti in petrolio, oro, miniere, gas naturale, agricoltura e pesca.

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Chiara Gentili

di Redazione

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