Iran: folla in lutto chiede vendetta per Soleimani

Pubblicato il 6 gennaio 2020 alle 11:02 in Iran USA e Canada

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Centinaia di migliaia di persone in lutto si sono riversate nelle strade di Teheran per piangere la morte di Qassem Soleimani, il 6 gennaio, e la figlia del generale ha promesso vendetta.  

La folla si è riunita lunedì 6 gennaio, appena fuori dell’Università di Teheran, dove il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha presieduto le preghiere per Soleimani, il generale che era a capo delle forze d’oltremare dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana. In piedi accanto al presidente iraniano, Hassan Rouhani, e al presidente del parlamento iraniano, Ali Larjani, Khamenei ha recitato le tradizionali preghiere musulmane per i defunti ed ha poi pianto sommessamente. “Abbiamo visto un leader supremo molto emotivo, il che è qualcosa che non succede molto spesso”, ha dichiarato una reporter di Al-Jazeera, che riferisce da Teheran.

Il giorno precedente, il 5 gennaio, centinaia di migliaia di persone in lutto avevano accompagnato la bara che trasportava i resti di Soleimani nelle città di Ahvaz e Mashhad. Le cerimonie per il generale continueranno nella città santa di Qom prima della sua sepoltura, prevista per il 7 gennaio, nella sua città natale, Kerman. Intanto, il 6 gennaio, nonostante il freddo, uomini e donne iraniani si sono riversati nelle strade di Teheran, reggendo bandiere con i nomi degli imam sciiti mentre camminavano verso l’università. Rivolgendosi alla folla, la figlia di Soleimani, Zeinab, ha affermato che gli Stati Uniti e il suo alleato, Israele, dovranno affrontare un “giorno oscuro” per l’assassinio di suo padre. “Pazzo Trump, non pensare che tutto sia finito con il martirio di mio padre”, ha affermato in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato, in cui si riferisce al presidente degli Stati Uniti. “Le famiglie dei soldati statunitensi in Medio Oriente passeranno le loro giornate in attesa della morte dei loro figli”, ha continuato la donna.

Il raid del 3 gennaio contro l’aeroporto di Baghdad, in cui Soleimani è deceduto, è stato ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha giustificato la propria decisione, ritenendo il generale era responsabile dell’uccisione di migliaia di statunitensi negli ultimi decenni. L’uomo, inoltre, a detta di Trump, stava pianificando nuovi attentati. Per tale motivo, necessitava di essere eliminato e, anzi, avrebbe dovuto “essere fatto fuori molti anni fa”. Il 4 gennaio, la Casa Bianca ha inviato al Congresso una notifica formale relativa all’attacco che ha portato alla morte di Soleimani. Ai sensi di una legge statunitense del 1973, chiamata War Powers Act, l’amministrazione ha l’obbligo di notificare al Congresso l’eventuale impiego delle forze armate in azioni militari, entro 48 ore dall’inizio dell’operazione condotta. Dal canto loro, i democratici hanno criticato Trump, affermando che il presidente non ha informato i legislatori né cercato approvazione prima di agire e, pertanto, saranno richiesti i dettagli dell’accaduto.

In tale quadro, sempre il 4 gennaio, Trump ha messo in guardia l’Iran, affermando che colpirà duramente 52 siti iraniani se Teheran attaccherà gli Stati Uniti o cittadini statunitensi. “Gli USA non vogliono più minacce” è stato affermato in un Tweet dal capo della Casa Bianca, in cui è stato specificato che gli eventuali obiettivi da colpire svolgono un ruolo rilevante per l’Iran e per la sua cultura. Il numero, 52, ricorda i 52 cittadini statunitensi presi in ostaggio da Teheran, nel novembre 1979, per 444 giorni, a seguito del sequestro nell’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran. Sin dalla morte di Soleimani, l’Iran ha minacciato una “dura vendetta”. “Ci vendicheremo di tutti coloro che sono coinvolti in questo assassinio”, sono state le parole del comandante della Quds Force e ministro iraniano della Difesa, Amir Hatami. “Tutti i nemici dovrebbero sapere che il jihad della resistenza continuerà con motivazione raddoppiata e una vittoria definitiva attende i combattenti nella guerra santa”, ha invece dichiarato il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei.

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Maria Grazia Rutigliano  

di Redazione

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