Via le truppe statunitensi dall’Iraq

Pubblicato il 5 gennaio 2020 alle 18:37 in Iraq USA e Canada

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Il Parlamento iracheno ha approvato una risoluzione, il 5 gennaio, con cui si chiede al governo di espellere le truppe straniere presenti nel Paese, di fronte ad un quadro di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran sul suolo iracheno.

“Il governo si impegna a revocare la sua richiesta di assistenza da parte della coalizione internazionale impegnata nella lotta contro lo Stato islamico, a causa della fine delle operazioni militari in Iraq e del raggiungimento della vittoria”, si legge nella risoluzione, in cui il governo iracheno viene altresì esortato ad impedire a forze straniere di utilizzare territori, acque o spazio aereo iracheni “per qualsiasi motivo”.

Tuttavia, le risoluzioni parlamentari, diversamente dalle leggi, non sono vincolanti e la mossa necessiterà di una nuova legislazione per annullare l’accordo precedente. Anche il premier del governo ad interim, Adel Abdul Mahdi, dimessosi il 30 novembre scorso, aveva precedentemente invitato il Parlamento ad agire per porre fine alla presenza statunitense in Iraq. Secondo quanto affermato dal primo ministro, il 5 gennaio, con la vittoria contro l’ISIS, proclamata il 9 dicembre 2017, non vi è più motivo per gli Stati Uniti di rimanere con le proprie forze nel Paese. A detta di Mahdi, inoltre, l’Iraq ha due alternative tra cui scegliere, ovvero porre fine alla presenza di truppe straniere o prendere in considerazione l’idea di un progetto di legge che assicuri che i soldati statunitensi rimangano nel Paese con il solo obiettivo di formare le forze di sicurezza locali, nel quadro della lotta contro lo Stato Islamico.

Commentando la risoluzione, il leader sciita del Movmento Sadrista, Muqtada al-Sadr, ha affermato che la mossa non sarà in grado di rispondere adeguatamente ai recenti sviluppi in Iraq, e ha invitato i gruppi armati locali e stranieri ad unirsi di fronte ad una “violazione della sovranità irachena” da parte di Washington, formando una “Legione di Resistenza Internazionale”.

La decisione di Baghdad giunge a seguito dell’uccisione del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, del 3 gennaio, quando un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, ha colpito l’aeroporto internazionale di Baghdad. La coalizione anti-ISIS, a guida statunitense, conta circa 80 membri. Sin dal 2014, questa si è impegnata nella lotta allo Stato Islamico, con l’obiettivo di sconfiggerlo su tutti i fronti, distruggendo altresì le proprie reti ed ostacolando le proprie mire espansionistiche. Oltre alle campagne militari condotte in Iraq e in Siria, la coalizione mira anche a minare l’infrastruttura finanziaria ed economica dell’ISIS, a frenare il flusso di foreign fighter attraverso i confini e a riportare la stabilità ed i servizi pubblici essenziali nelle aree liberate dalla morsa del gruppo terroristico.

Le forze americane hanno condotto a più riprese operazioni anti-terrorismo contro l’ISIS, con il fine di danneggiarne l’operatività. Da quando il presidente Donald Trump è salito alla guida della Casa Bianca, il 20 gennaio 2017, le operazioni ed i bombardamenti aerei per mezzo di droni contro le forze terroristiche sono aumentati. Già il 23 ottobre scorso, il ministro della Difesa iracheno, Najah al-Shammari, aveva riferito che l’esercito statunitense si sarebbe ritirato dall’Iraq entro 4 settimane. Il 22 ottobre, l’esercito iracheno aveva denunciato la presenza delle forze statunitensi all’interno dei confini iracheni e aveva sottolineato che queste non erano autorizzate a rimanere nel Paese. Tali dichiarazioni sembravano contraddire la versione del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, che invece affermava che le proprie truppe si trovavano in Iraq per continuare le operazioni contro lo Stato Islamico. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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