Quale futuro per le relazioni tra Iraq e Stati Uniti

Pubblicato il 5 gennaio 2020 alle 17:00 in Iraq USA e Canada

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Secondo quanto affermato da Foreign Affairs, il generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, non rappresenta l’unica vittima del raid condotto dagli Stati Uniti il 3 gennaio. A morire potrebbero essere altresì le relazioni tra Washington e Baghdad.

L’Iraq è stato fino ad ora un alleato sia degli Stati Uniti sia dell’Iran, ma il crescente clima di tensione, acuitosi con l’uccisione di Soleimani, rende il Paese un possibile campo di battaglia tra i due nemici. Tuttavia, anche prima del 3 gennaio, il legame tra Washington e Baghdad aveva cominciato a ledersi. A prova di ciò, l’assalto all’ambasciata statunitense nella capitale irachena del 31 dicembre 2019, nel corso del quale le forze di sicurezza irachene hanno chiuso un occhio di fronte alle milizie filo-iraniane impegnate a danneggiare il compound e a invocare la fine della presenza statunitense nel Paese.

Un simile scenario sarebbe stato difficile da immaginare nel 2009, quando l’ambasciata degli Stati Uniti aprì i battenti sulle rive del fiume Tigri. Questa era la più grande al mondo, con una superficie di 104 ettari e un personale formato da 12.000 funzionari e dipendenti. Pertanto, l’edificio simboleggiava le grandi speranze nutrite da entrambi i Paesi circa il futuro delle loro relazioni. La reputazione degli USA subì, però, un duro colpo all’indomani dell’invasione del 2003, ma si riprese con l’invio delle truppe del 2007, quando le forze statunitensi aiutarono l’Iraq a sconfiggere al-Qaeda e a porre fine alla guerra civile. Già alla fine del 2009, le forze di sicurezza irachene assunsero pieno controllo e la popolazione sperava che il Paese fosse diretto verso la giusta direzione, ma poi tutto svanì.

All’indomani delle elezioni del 2010, sia gli Stati Uniti sia l’Iran appoggiarono il secondo mandato del primo ministro Nuri al-Maliki, nonostante la coalizione non avesse ottenuto la maggioranza. Maliki continuò a perseguire politiche settarie, terreno fertile per l’ascesa dello Stato Islamico, il quale si proclamò protettore dei sunniti contro il regime di Maliki. L’amministrazione del presidente Barack Obama sperò di mantenere le forze statunitensi in Iraq, ma non riuscì a negoziare un nuovo accordo di sicurezza alla scadenza del cosiddetto Status of Forces Agreement, nel 2011. Ciò causò il ritiro di tutte le forze statunitensi e l’ISIS riuscì a cogliere l’occasione per farsi strada nel Paese, arrivando a conquistare, nel 2014, un terzo dei territori iracheni. Solo allora l’amministrazione Obama ritirò il suo sostegno da Maliki e, su richiesta del nuovo primo ministro iracheno, Haydar Abadi, inviò soldati in Iraq, nel quadro della lotta allo Stato Islamico e dell’addestramento delle forze locali.

Tra le forze che hanno contrastato l’ISIS a fianco di Washington, vi sono le cosiddette Brigate di Hezbollah, un gruppo paramilitare sciita iracheno supportato dall’Iran, noto altresì con il nome di Kataib, ramificazione delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). Una volta sconfitto il nemico, ovvero l’ISIS, le Brigate volsero le spalle agli USA, rivolgendosi verso Teheran. Si giunge così agli eventi del 27 e 29 dicembre 2019. Prima, un attacco missilistico contro una base militare irachena, che ha causato la morte di un civile statunitense, di cui le forze di Kataib sono state ritenute responsabili. Poi, la ritorsione della Casa Bianca, con i raid aerei condotti contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq, che hanno causato altresì decine di vittime tra i combattenti di tale gruppo. A questi eventi hanno fatto seguito due giorni di assalto, il 31 dicembre ed il primo gennaio, contro l’ambasciata statunitense a Baghdad, in cui hanno partecipato anche diverse figure di spicco delle milizie filo iraniane.

Le proteste si sono placate quando gli stessi leader delle PMF e di Kataib hanno invitato i militanti a ritirarsi, in quanto il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, aveva promesso loro che avrebbe sostenuto l’espulsione delle forze statunitensi dal Paese. Lo stesso premier ha successivamente condannato l’uccisione di Soleimani, parlando di violazione della sovranità dell’Iraq. Tale reazione è considerata da Foreign Affairs in netto contrasto con la risposta del governo iracheno alle proteste anti-governative che hanno interessato il Paese dal 1 ottobre scorso. Si tratta di una delle maggiori mobilitazioni popolari dall’espulsione di Saddam Hussein, in cui decine di migliaia di giovani e di cittadini iracheni hanno mostrato la propria frustrazione di fronte alla corruzione del governo, al malfunzionamento dei servizi pubblici, alla disoccupazione e alle interferenze iraniane, fino a portare Mahdi a dimettersi, il 30 novembre. In tale ondata, le forze di sicurezza irachene e le milizie filo-iraniane sono state accusate di aver ucciso circa 500 manifestanti e di averne ferito altri 21.000.

Ora, spiega Foreign Affairs, le aspirazioni dei manifestanti saranno probabilmente messe in secondo piano, a causa delle crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran. Inoltre, una maggiore instabilità potrebbe indurre il governo iracheno a prendere misure ancora più severe per reprimere le proteste, considerate una minaccia.

In tale quadro, da un lato, i partiti politici al potere in Iraq hanno pochi incentivi per apportare cambiamenti reali a un sistema di cui beneficiano. Dall’altro lato, i leader iraniani ritengono che il controllo sull’Iraq sia essenziale per la loro sopravvivenza politica. Si tratta di un “polmone” economico, volto ad alleviare le ripercussioni subite delle sanzioni statunitensi, nonché di un collegamento logistico via terra, fondamentale al regime siriano e all’Hezbollah libanese. Pertanto, secondo Foreign Affairs, l’Iran rimane l’attore esterno più influente in Iraq, con legami profondi sia con i politici iracheni sia con le milizie sciite.

Dopo gli eventi dell’ultima settimana, l’amministrazione Trump potrebbe decidere che una presenza degli Stati Uniti in Iraq non è più sostenibile, in particolare in vista delle elezioni. Non da ultimo, per molti cittadini statunitensi, gli attacchi all’ambasciata e gli slogan “Morte agli USA” riportano la mente agli episodi verificatisi a Teheran nel 1979, quando gli iraniani invasero l’ambasciata statunitense e presero in ostaggio diplomatici americani. Dal canto suo, Washington ha già chiuso il proprio consolato a Bassora e ridotto il personale a Baghdad e nel consolato di Erbil, di fronte alla crescente escalation e alle nuove minacce. Una chiusura definitiva dell’ambasciata a Baghdad potrebbe però rappresentare una “fine miserabile” delle relazioni degli Stati Uniti con un Paese in cui “ha investito sangue e ricchezze”. Tuttavia, uccidendo Soleimani, l’amministrazione Trump ha reso l’ipotesi sempre più probabile.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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