L’uccisione di Soleimani cambierà tutto?

Pubblicato il 5 gennaio 2020 alle 6:02 in Il commento Iran

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Trump ha ordinato di uccidere il generale Qassem Soleimani, un eroe nazionale per milioni di iraniani. È dunque ovvio che un intero popolo sia attraversato da sentimenti impetuosi di odio e di vendetta, che destano impressione. Tuttavia, nessuna analisi, soggetta alle impressioni, ha mai avuto il pregio della lucidità. Interrogati sugli scenari futuri, diremo subito che l’uccisione di Soleimani non cambia nella sostanza le regole del gioco in Medio Oriente, come molti hanno affermato in queste ore. Affermazioni del tipo: «Il Medio Oriente non sarà più lo stesso», oppure «tutto cambierà», sono esagerazioni prive di senso della realtà. Questo non significa, naturalmente, che rischi non ce ne siano.
Ma affinché il Medio Oriente cambi, è necessario che emerga un egemone regionale, ovvero uno Stato capace di sottomettere gli altri Stati, modificando la struttura delle relazioni internazionali. L’uccisione di Soleimani non crea una simile condizione. Ne consegue che il Medio Oriente assai probabilmente resterà lo stesso.
Nello specifico, l’Iran continuerà a rimanere nell’angolo e gli Stati Uniti continueranno a dominarlo, chiudendogli le porte che danno accesso alla prosperità. Esistono scarse possibilità che l’Iran possa vendicarsi dell’offesa subita, se prima non tornerà a crescere economicamente. 
Soltanto la crescita economica consente la costruzione di un esercito potente, che richiede a sua volta una popolazione numerosa. In sintesi, per vendicarsi, l’Iran dovrebbe attivare la dinamica cinese, che si riassume in tre parole: economia, demografia, esercito. L’Iran è uno degli Stati più popolosi del Medio Oriente, ma è povero, come confermano le numerose rivolte interne per mancanza di lavoro, e di conseguenza non ha un esercito in grado di ricambiare l’attacco americano.
Non è nemmeno immaginabile una guerra per procura e cioè l’idea di giocare a nascondino colpendo obiettivi americani con milizie che non sono legate formalmente all’Iran. Se i cittadini americani fossero attaccati da un gruppo noto o ignoto, finanziato da Teheran, Trump ordinerebbe un’offensiva peggiore di quella che ha provocato la morte di Soleimani. Per condurre un bombardamento aereo, Trump non ha bisogno di un dibattimento in tribunale con tanto di avvocati difensori che invocano un processo equo basato sulla presunzione d’innocenza. È Trump a decidere chi è il colpevole e il caso di Soleimani lo dimostra. 
Alcuni giorni fa, un gruppo sciita aveva assaltato l’ambasciata americana a Baghdad. Trump ha pensato che dietro l’assalto si nascondesse l’Iran e ha ucciso Soleimani. I giochi in Medio Oriente funzionano così da decenni e, almeno per ora, non sono previsti cambiamenti. Semmai, la situazione si fa più drammatica per l’Iran, che dovrà ripararsi più che vendicarsi. Trump ha un disperato bisogno di scatenare situazioni descritte come inferno in qualche parte del mondo, visto che il 2019 per lui è stato un anno infausto, concluso con l’incubo dell’impeachment. 
Trump aveva teso la mano al dittatore della Corea del Nord, da cui è minacciato tutti i giorni. Aveva teso la mano pure ai talebani, per riportare i soldati americani a casa, ma i dialoghi di pace sono naufragati anche in Afghanistan. Quanto al Venezuela, avrebbe voluto rimuovere Maduro con la forza che però, difeso da Russia e Cina, è rimasto al proprio posto, mentre i curdi, un tempo alleati degli americani contro l’Isis, sono stati scacciati da Erdogan nel nord della Siria.
Chiarito che i più grandi nemici degli Stati Uniti sono Corea del Nord e Iran, è ovvio che Trump si accanisca contro il più debole. Ed è ciò che continuerà a fare anche in futuro giacché, in vista delle elezioni del 2020, ha bisogno di rinnovare l’alleanza con Israele, che gli frutta voti importanti. Si ricordi che Trump ha un solo amico in tutto il mondo ed è Netanyahu, il quale gioisce per ogni sciagura dell’Iran. I giochi in Medio Oriente sarebbero forse cambiati se Saddam Hussein, nel 1990, avesse prima conquistato il Kuwait e poi magari invaso l’Arabia Saudita. Ma non è accaduto: l’Iraq dell’epoca, che ambiva a diventare egemone regionale, fu respinto dagli Stati Uniti. 
Naturalmente l’uccisione di Soleimani potrebbe innescare una pericolosa reazione a catena difficile da controllare per Trump in un anno che lo vede in bilico per il bis alla Casa Bianca. Ma è probabile che il Medio Oriente resti ciò che è fino a quando gli Stati Uniti resteranno ciò che si sentono e sono: lo Stato al momento più potente del mondo. A tal punto da rivendicare l’uccisione del più importante generale iraniano con un tweet contenente una bandiera americana. Come a dire: «Il presidente americano non perde nemmeno tempo a commentare».

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Alessandro Orsini

di Redazione

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