Le ripercussioni in Africa delle tensioni USA-Iran

Pubblicato il 5 gennaio 2020 alle 6:56 in Africa Iran USA e Canada

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Lo stretto di Bab el Mandeb, nel Mar Rosso, situato tra lo Yemen e i Paesi africani di Gibuti ed Eritrea, è una delle aree che potrebbero trovarsi coinvolte nella crescente tensione tra Stati Uniti ed Iran. Tale considerazione, che suggerisce alle nazioni del Corno d’Africa di stare all’erta, è stata emessa dall’International Crisis Group, unorganizzazione non governativa impegnata nella prevenzione e risoluzione dei conflitti nel mondo. Il gruppo individua altri punti ad alto rischio in Libano, in Siria, in Yemen e nel Golfo di Hormuz. Nello Yemen, gli Stati Uniti appoggiano l’Arabia Saudita nel conflitto contro i ribelli Houthi, appoggiati dall’Iran.

Le osservazioni dei gruppi di esperti giungono dopo che l’ex generale a capo delle Quds Force, unità del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) iraniane, il generale Qassem Soleimani, è morto, all’alba di venerdì 3 gennaio, a seguito di un raid ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale della capitale irachena Baghdad. Qassem Soleimani era colui che manteneva i contatti con le diverse milizie sciite in Medio Oriente. Tra queste, quelle dei ribelli Houthi, attivi nel conflitto yemenita, i quali hanno anch’essi promesso una risposta “rapida e diretta” alla morte del generale. A riferirlo, il capo del cosiddetto Comitato supremo rivoluzionario, Mohammed Ali al-Houthi, il quale, oltre a condannare duramente l’accaduto ha affermato che l’unica alternativa e l’unica soluzione è la vendetta.

In seguito al ripristino del governo in Iraq nel 2005, l’influenza di Soleimani si estese alla politica irachena, sotto la guida degli ex primi ministri, Ibrahim al-Jaafari e Nouri al-Maliki. Durante i loro mandati, l’organizzazione Badr, un partito politico sciita e una forza paramilitare definita “il mandatario più antico dell’Iran in Iraq”, divenne un affiliato dello Stato, dopo che i ministri degli Interni e dei Trasporti passarono sotto il controllo dell’ala politica del gruppo armato.

“Tutti i nemici dovrebbero sapere che la jihad della resistenza continuerà con motivazione raddoppiata e una vittoria definitiva attende i combattenti nella guerra santa”, ha dichiarato l’Ayatollah Khamenei, in una dichiarazione diffusa sulle televisioni iraniane. Le autorità iraniane e il loro leader supremo si riferiscono spesso ai Paesi e alle forze regionali che sono schierate contro Israele e gli Stati Uniti come un fronte di “resistenza”. Anche il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha immediatamente commentato la morte del generale. “Il martirio di Soleimani renderà l’Iran più deciso a resistere all’espansionismo americano e difendere i nostri valori islamici”, ha affermato in una nota. “Senza dubbio, l’Iran e altri Paesi in cerca di libertà nella regione si vendicheranno”, ha poi promesso. 

Anche dall’Iraq arriva la condanna all’attacco statunitense che ha causato la morte del generale iraniano. Il premier iracheno, Adel Abdul Mahdi, ha affermato che l’attacco aereo contro l’aeroporto di Baghdad è un atto di aggressione contro l’Iraq e una violazione della sua sovranità. Tale azione porterà ad un conflitto nel Paese, nella regione e nel mondo, ha aggiunto il premier Mahdi in una nota. L’attacco ha anche violato le condizioni della presenza militare degli Stati Uniti in Iraq, che erano state ideate per la salvaguardia della sicurezza e della sovranità del Paese, secondo quanto riferito dai rappresentanti iracheni. L’amministrazione USA ha condotto gli assalti in territorio straniero senza autorizzazione all’uso della forza militare e senza consultare il Congresso statunitense. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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