Gli ultimi aggiornamenti dopo la morte di Soleimani

Pubblicato il 5 gennaio 2020 alle 11:03 in Iran USA e Canada

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Il corpo del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, ucciso a seguito di un raid aereo a Baghdad, il 3 gennaio, è giunto nella città iraniana di Ahvaz, nelle prime ore del 5 gennaio, per le processioni funebri.

Anche il giorno prima, migliaia di persone si sono riunite nella capitale irachena Baghdad per ricordare il generale morto, oltre che alle altre vittime dell’attacco, tra cui Abu Mahdi al-Muhandis, vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), un braccio delle milizie filo-iraniane che fanno parte legalmente delle forze di sicurezza statali dell’Iraq.

Il raid del 3 gennaio è stato ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha giustificato la propria decisione, ritenendo Soleimani responsabile dell’uccisione di migliaia di statunitensi negli ultimi decenni. Il generale iraniano, inoltre, a detta di Trump, stava pianificando nuovi attentati. Per tale motivo, necessitava di essere eliminato e, anzi, avrebbe dovuto “essere fatto fuori molti anni fa”.

Il 4 gennaio, la Casa Bianca ha inviato al Congresso una notifica formale relativa all’attacco che ha portato alla morte di Soleimani. Ai sensi di una legge statunitense del 1973, chiamata War Powers Act, l’amministrazione ha l’obbligo di notificare al Congresso l’eventuale impiego delle forze armate in azioni militari, entro 48 ore dall’inizio dell’operazione condotta. Dal canto loro, i democratici hanno criticato Trump, affermando che il presidente non ha informato i legislatori né cercato approvazione prima di agire e, pertanto, saranno richiesti i dettagli dell’accaduto.

Accanto alla folla scesa per le strade per ricordare il loro “martire” ed “eroe”, il 4 gennaio, forze militari irachene hanno riferito che diversi razzi sono stati lanciati verso la cosiddetta Green Zone di Baghdad, un’area fortificata sede di istituzioni ed ambasciate, tra cui quella statunitense, e verso il quartiere di Jadriya e la base aerea di Balad, in cui vi erano altresì soldati statunitensi. Secondo quanto riportato, non è stata riportata alcuna vittima, né tra i soldati né tra i civili.

In tale quadro, sempre il 4 gennaio, Trump ha messo in guardia l’Iran, affermando che colpirà duramente 52 siti iraniani se Teheran attaccherà gli Stati Uniti o cittadini statunitensi. “Gli USA non vogliono più minacce” è stato affermato in un Tweet dal capo della Casa Bianca, in cui è stato specificato che gli eventuali obiettivi da colpire svolgono un ruolo rilevante per l’Iran e per la sua cultura. Il numero, 52, ricorda i 52 cittadini statunitensi presi in ostaggio da Teheran, nel novembre 1979, per 444 giorni, a seguito del sequestro nell’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran.

Sin dalla morte di Soleimani, Teheran ha minacciato una “dura vendetta”. “Ci vendicheremo di tutti coloro che sono coinvolti in questo assassinio”, sono state le parole del comandante della Quds Force e ministro iraniano della Difesa, Amir Hatami. “Tutti i nemici dovrebbero sapere che il jihad della resistenza continuerà con motivazione raddoppiata e una vittoria definitiva attende i combattenti nella guerra santa”, ha invece dichiarato il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei.

Dal canto suo, Washington, il 3 gennaio, ha inviato ulteriori truppe in Medio Oriente, pari a circa 3.000 soldati. Secondo quanto riferito da un ufficiale statunitense, si tratta di una misura precauzionale di fronte all’escalation degli ultimi giorni e ad una eventuale minaccia iraniana. Inoltre, le nuove forze si andranno ad aggiungere ai 750 soldati inviati in Kuwait il 31 dicembre scorso, a seguito dell’assalto all’ambasciata statunitense a Baghdad, e ai 14.000 uomini inviati, in totale, da maggio 2019. Nel frattempo, i cittadini statunitensi in Iraq sono stati invitati a lasciare il Paese e, già poche ore dopo la notizia della morte di Soleimani, il 3 gennaio, coloro che lavoravano per le compagnie petrolifere a Bassora, nel Sud dell’Iraq, sono andati via.

In tale quadro, l’Oman, il 5 gennaio, ha invitato Washington e Teheran a disinnescare il clima di tensione attraverso il dialogo e delle soluzioni diplomatiche. Il Sultanato ha affermato di stare seguendo gli ultimi sviluppi che hanno caratterizzato l’escalation tra Iran e Stati Uniti e, pertanto, ha esortato anche l’intera comunità internazionale a profondere sforzi per riportare sicurezza e stabilità nella regione. Anche il sovrano dell’Arabia Saudita, il re Salman bin Abdulaziz Al Saud, nel corso di una conversazione telefonica, ha parlato con il presidente iracheno, Barham Saleh, dell’importanza di favorire una de-escalation nella regione.

L’accaduto del 3 gennaio si inserisce nel quadro di crescenti tensioni tra Washington e Teheran, caratterizzate, nelle ultime settimane, da nuovi episodi. Il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena ha causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Successivamente, il 29 dicembre, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. Le cosiddette “Brigate di Hezbollah” sono un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone.

Il clima di tensione tra Washington e Teheran è stato alimentato dalla decisione di Donald Trump, dell’8 maggio 2018, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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