L’ipotesi di un accordo tra Washington e Teheran dopo la morte di Soleimani

Pubblicato il 4 gennaio 2020 alle 16:40 in Iran USA e Canada

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La morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, del 3 gennaio, ha rappresentato un’ulteriore escalation nelle relazioni tra Washington e Teheran. Tuttavia, non è da escludere la possibilità di nuove intese.

Secondo quanto affermato dal Washington Post, l’uccisione di Soleimani potrebbe rivelarsi non del tutto disastrosa ma, al contrario, provvidenziale. Molti hanno considerato la decisione del capo della Casa Bianca, Donald Trump, “miope ed irresponsabile”, nonché una delle più insensate e “provocative” mai compiute da un presidente statunitense. Stando a quanto specificato, l’uccisione ordinata da Trump potrebbe scatenare reazioni pericolose non solo per gli Stati Uniti ma anche per Israele, che si troverebbe a far fronte allo “spaventoso arsenale” di Hezbollah, e per l’intera regione del Golfo.

Parallelamente, però, un Iran definito “scrupoloso” potrebbe decidere di non correre il rischio di una guerra totale soltanto perché uno dei suoi generali è stato ucciso, sebbene si sia trattato di una figura di spicco. Una delle strade che Teheran potrebbe intraprendere consiste nel rifiuto di “opzioni apocalittiche” nell’immediato, decidendo di aspettare e di continuare a mettere in gioco le proprie tattiche contro gli alleati di Washington, senza uno scontro fisico e attraverso un nuovo leader per la Quds Force. 

Tuttavia, l’uccisione di Soleimani e gli episodi delle ultime settimane, tra cui l’attacco di ritorsione, del 29 dicembre, contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah in Siria e in Iraq, potrebbero rappresentare una sorta di deterrente nei confronti dell’Iran, e, allo stesso tempo, un modo per verificare se Teheran è in grado di impegnarsi in “iniziative diplomatiche”, con il fine ultimo di raggiungere un accordo migliore rispetto a quello sul nucleare del 2015, da cui Washington si è ritirata unilateralmente l’8 maggio 2018.

Negoziare con “Satana”, secondo quanto affermato dal Washington Post, potrebbe rivelarsi, quindi, un’alternativa per l’Iran. Nel 1988, un aereo di linea iraniano venne abbattuto dall’USS Vincennes. Sebbene fosse un incidente, l’episodio convinse il fondatore della repubblica islamica, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, che gli USA avrebbero presto offerto il loro sostegno al presidente iracheno Saddam Hussein nella guerra tra Iran e Iraq. Pertanto, temendo di dover affrontare la potenza statunitense, Khomeini accettò un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite, un atto così doloroso che lo paragonò a bere “un calice di veleno”.

In tale quadro, seduti ad un eventuale tavolo di negoziazioni, gli Stati Uniti dovranno altresì impegnarsi a non impiegare forza militare per minacciare altri leader o per minare la sopravvivenza del regime. Per Teheran, il prezzo sarà un accordo più ampio rispetto all’accordo sul nucleare del 2015, dove verrebbero corretti i difetti e i vincoli temporali, ma che includerebbe ulteriori restrizioni sul programma missilistico iraniano ed un maggiore controllo del sostegno iraniano ai cosiddetti “proxies”, ai gruppi terroristici e alle diverse milizie sciite della regione.

Tuttavia, bisogna considerare, spiega il Washington Post, che non si è più nel 1988, quando il popolo iraniano desiderava ardentemente la pace dopo otto anni di guerra. Ora, i leader di Teheran potrebbero ritenere opportuno alimentare un sentimento di vendetta per rimanere al potere anziché sopportare l’umiliazione di negoziare con Trump. Non da ultimo, come specificato dal Washington Post, il capo della Casa Bianca non potrebbe sedersi al tavolo delle negoziazioni nello stesso modo in cui ha fatto sino ad ora. Ciò che si richiede è una diplomazia abile e versatile, accanto ad una retorica “ampollosa”, un minimo di discrezione e un piano d’azione strutturato che coinvolga gli alleati europei e mediorientali.

A seguito dell’attacco, Teheran ha minacciato una “dura vendetta”. “Ci vendicheremo di tutti coloro che sono coinvolti e responsabili in questo assassinio”, sono state le parole del comandante della Quds Force e ministro iraniano della Difesa, Amir Hatami. “Tutti i nemici dovrebbero sapere che il jihad della resistenza continuerà con motivazione raddoppiata e una vittoria definitiva attende i combattenti nella guerra santa”, ha invece dichiarato il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei.

Dal canto suo, Washington, il 3 gennaio, ha inviato ulteriori truppe in Medio Oriente, pari a circa 3.000 soldati. Secondo quanto riferito da un ufficiale statunitense, si tratta di una misura precauzionale di fronte all’escalation degli ultimi giorni e ad una eventuale minaccia iraniana. Inoltre, le nuove forze si andranno ad aggiungere ai 750 soldati inviati in Kuwait il 31 dicembre scorso, a seguito dell’assalto all’ambasciata statunitense a Baghdad, e ai 14.000 uomini inviati, in totale, da maggio 2019. Nel frattempo, i cittadini statunitensi in Iraq sono stati invitati a lasciare il Paese e, già poche ore dopo la notizia della morte di Soleimani, il 3 gennaio, coloro che lavoravano per le compagnie petrolifere a Bassora, nel Sud dell’Iraq, sono andati via.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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