Nuovo attacco nel Nord di Baghdad, 6 morti

Pubblicato il 4 gennaio 2020 alle 9:10 in Iran Iraq

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Un nuovo raid aereo ha colpito, nella tarda serata del 3 gennaio, un convoglio nel Nord della capitale irachena Baghdad. Il bilancio delle vittime include 6 morti e 3 feriti che attualmente versano in gravi condizioni.

Secondo quanto riferito dalla televisione di Stato irachena nelle prime ore del 4 gennaio, il raid ha interessato Taji Road, una strada situata nel Nord della capitale Baghdad. Inizialmente è stato affermato che il raid ha colpito un convoglio delle milizie filo-iraniane, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). In particolare, era stato dichiarato che tra le vittime vi era Shibl al Zaidi, leader delle Brigate Imam Ali, gruppo affiliato alle PMF, oltre al fratello ed altre 5 guardie del corpo. Tuttavia, tale notizia è state smentita dalle stesse milizie, secondo cui il raid aereo ha colpito un convoglio di medici e assistenti sanitari.

Come specificato da Reuters, da un lato, fonti irachene hanno riportato che si è trattato di un nuovo raid da parte degli Stati Uniti. Dall’altro lato, le forze della coalizione internazionale a guida statunitense, impegnata nella lotta contro lo Stato Islamico, hanno negato qualsiasi coinvolgimento. Inoltre, secondo quanto riferito da un corrispondente di al-Jazeera, Osama Bin Javaid, il luogo della’attacco, Taji Road, conduce a una base non appartenente a forze della coalizione a guida USA.

L’accaduto si colloca il giorno successivo al raid aereo, ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha portato alla morte del capo della Quds Force, unità del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) iraniane, il generale Qassem Soleimani, avvenuta all’alba del 3 gennaio. Tra le altre vittime, vi è altresì Abu Mahdi al-Muhandis, vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare. A seguito dell’attacco, Trump ha difeso la propria decisione, accusando Soleimani di aver “ucciso o ferito gravemente migliaia di americani per un lungo periodo di tempo” e di stare pianificando di “ucciderne molti di più”. Secondo quanto affermato, inoltre, il generale avrebbe dovuto “essere fatto fuori molti anni fa”.

Nella giornata del 4 gennaio, migliaia di cittadini in lutto si sono riuniti nella capitale Baghdad, in attesa della processione funebre dedicata a Soleimani, oltre che alle altre vittime dell’attacco. Secondo quanto pianificato dalle PMF, la processione partirà dalla Green Zone di Baghdad, area fortificata sede di ambasciate ed istituzioni governative, per poi dirigersi verso le città, considerate “sante” dagli sciiti, di Kerbala e Najaf. Tra i partecipanti vi è altresì il primo ministro iracheno, dimessosi il 30 novembre scorso, Adel Abdul Mahdi.

Molti hanno condannato i raid del 3 gennaio, considerando Soleimani non solo un martire ma anche un eroe per il suo ruolo nella sconfitta dello Stato Islamico. Altri, invece, hanno approvato quanto accaduto, affermando che Soleimani e Muhandis hanno incoraggiato l’uso della forza contro i manifestanti iracheni scesi in piazza a partire dal 1 ottobre 2019, oltre ad istituire milizie ritenute responsabili dei problemi sociali ed economici dell’Iraq. Le PMF sono un braccio delle milizie filo-iraniane ma fanno parte legalmente delle forze di sicurezza statali dell’Iraq.

Parallelamente, molti iracheni hanno criticato Washington per aver ucciso uomini sul suolo iracheno e per aver aumentato le possibilità di far precipitare l’Iraq in un’altra guerra. L’accaduto del 3 gennaio si inserisce nel quadro di crescenti tensioni tra Washington e Teheran, caratterizzate, nelle ultime settimane, da nuovi episodi. Il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena ha causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. Successivamente, il 29 dicembre, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. Le cosiddette “Brigate di Hezbollah” sono un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran. A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone.

Il clima di tensione tra Washington e Teheran è stato alimentato dalla decisione di Donald Trump, dell’8 maggio 2018, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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