Trump ordina raid aereo, muore il capo militare iraniano

Pubblicato il 3 gennaio 2020 alle 9:01 in Iran USA e Canada

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Il capo delle Quds Force, unità del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) iraniane, il generale Qassem Soleimani, è morto, all’alba di venerdì 3 gennaio, a seguito di un raid ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale della capitale irachena Baghdad.

A dare conferma dell’uccisione, sia il Pentagono sia la Casa Bianca, secondo cui l’attacco è stato condotto con l’obiettivo di dissuadere l’Iran dal perpetrare ulteriori offensive e per proteggere sia il popolo sia gli interessi degli Stati Uniti. L’attacco è stato condotto, nella notte tra il 2 ed il 3 gennaio, con un drone statunitense di tipo MQ-9 Reaper, dal quale sono stati lanciati missili diretti contro un convoglio militare mentre usciva dall’aeroporto iracheno. Al momento, lo scalo è stato chiuso ed il traffico aereo è stato interrotto e gli Stati Uniti hanno invitato i concittadini a lasciare immediatamente l’Iraq.

Oltre al generale delle Quds Force, è stata riportata la morte di altri ufficiali e soldati delle milizie irachene sostenute da Teheran. Tra questi, anche il generale delle milizie irachene filo iraniane, Abu Mahdi al-Muhandis, vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare. Come riportato dal New York Times, a detta del Pentagono, Soleimani stava pianificando attacchi contro gli USA e contro diplomatici statunitensi. Inoltre, il generale e le Quds Force, per Washington, sono responsabili della morte di centinaia di statunitensi e di membri delle forze della coalizione internazionale anti-ISIS, nonché di migliaia di feriti.

In Iran, i leader religiosi e politici hanno convocato un incontro straordinario sulla sicurezza. Inoltre, il leader supremo del Paese, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha indetto tre giorni di lutto pubblico, in onore del generale morto, definito un martire. È dello stesso Khamenei la dichiarazione secondo cui i “criminali” responsabili dell’attacco dovranno aspettarsi una “dura vendetta”. Dichiarazioni simili sono giunte dal presidente iraniano, Hassan Rouhani, mentre il ministro degli Esteri di Teheran, Mohammad Javad Zarif, ha condannato l’accaduto definendolo un “atto di terrorismo internazionale”. Gli Stati Uniti, a detta di Zarif, dovranno farsi carico di tutte le conseguenze derivabili dal suo “avventurismo ribelle”.

Il premier iracheno, dimessosi il 30 novembre scorso, Adel Abdul Mahdi, ha definito l’attacco una violazione della sovranità del Paese ed ha invitato il Parlamento a riunirsi per una sessione di emergenza. Inoltre, per il primo ministro, l’uccisione di Soleimani rappresenta una pericolosa escalation, che potrebbe innescare una guerra distruttiva in Iraq, nella regione e nel mondo. “L’uccisione di un leader militare iracheno che occupa una posizione ufficiale è un atto di aggressione contro l’Iraq” sono state le parole di Mahdi, secondo cui sia Soleimani sia al-Muhandis sono da considerarsi “simboli” della lotta contro lo Stato Islamico.

Il generale Soleimani, a capo delle forze speciali Al Quds, braccio armato dei Pasdaran all’estero, negli ultimi due decenni, ha pianificato le operazioni più rilevanti condotte dalle forze e dall’intelligence iraniana. Inoltre, sin dall’inizio della guerra civile in Siria, il generale si è posto in prima fila per sostenere il presidente siriano, Bashar al-Assad, alleato di Teheran. Pertanto, come affermato dal New York Times, la sua morte rappresenta un colpo sbalorditivo per l’Iran, in un momento in cui si assiste ad un conflitto geopolitico su ampia scala.

Non da ultimo, l’accaduto si inserisce nel quadro di crescenti tensioni tra Washington e Teheran, caratterizzate, nelle ultime settimane, da nuovi episodi. Il 27 dicembre, un attacco missilistico contro una base militare irachena ha causato la morte di un civile statunitense, che si trovava nella struttura per lavoro. L’operazione è stata condotta nei pressi della città di Kirkuk, ricca di risorse petrolifere, ed ha provocato altresì il ferimento di altri funzionari, 4 statunitensi e 2 membri delle forze di sicurezza irachene. Gli Stati Uniti hanno accusato le milizie filo-iraniane per aver perpetrato l’attacco, impiegando più di 30 missili.

Successivamente, il 29 dicembre, l’esercito statunitense ha condotto attacchi aerei di ritorsione contro le basi delle milizie delle Brigate di Hezbollah situate in Siria e in Iraq. Le cosiddette “Brigate di Hezbollah” sono un gruppo paramilitare sciita iracheno, noto altresì con il nome di Kataib, supportato dall’Iran e particolarmente attivo nel corso della guerra civile sia irachena sia siriana. Inoltre, durante la guerra in Iraq, dal 2003 al 2011, il gruppo ha combattuto contro le forze statunitensi.

A tali episodi hanno fatto seguito due giorni di sconvolgimenti presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone. Nello specifico, il 31 dicembre, manifestanti iracheni, appartenenti alle Brigate di Hezbollah e alle Forze di Mobilitazione Popolare, si sono radunati presso il compound dell’ambasciata, attaccando l’ingresso principale e bruciando una delle porte, oltre ad apportare danni al quartier generale delle forze di sicurezza. Mentre lanciavano bottiglie di vetro e distruggevano le telecamere di sicurezza, i manifestanti inneggiavano slogan contro gli Stati Uniti, come: “Abbasso gli USA!”, “Morte agli Stati Uniti”. La richiesta principale, il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq. L’assedio ha poi avuto termine, nella giornata del primo gennaio, una volte che le milizie di Kataib hanno ordinato ai propri membri di ritirarsi.

Il clima di tensione tra Washington e Teheran fa seguito alla decisione di Donald Trump, dell’8 maggio 2018, di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Ciò ha causato l’imposizione di sanzioni contro Teheran ed un successivo inasprimento delle relazioni tra USA e Iran, a fronte delle possibili conseguenze economiche.

In tale quadro, il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, il 13 dicembre scorso, aveva accusato le forze filo-iraniane di essere responsabili di una serie di attacchi contro basi statunitensi in Iraq ed aveva messo in guardia Teheran, affermando che qualsiasi atto contro Washington, a danno degli statunitensi, sarebbe stato affrontato con determinazione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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