Telefonata Trump-Erdogan sulla Libia

Pubblicato il 3 gennaio 2020 alle 9:03 in Turchia USA e Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, in cui ha affermato che gli interventi stranieri stavano complicando la situazione in Libia. 

La chiamata è stata effettuata la sera del 2 gennaio, dopo che il Parlamento turco aveva approvato una misura che consente lo schieramento di truppe a Tripoli, aprendo la strada alla cooperazione militare Turchia-Libia. Non era chiaro a quali Paesi o entità Trump si riferisse e la dichiarazione della Casa Bianca non ha fornito altri dettagli. Trump ed Erdogan “hanno sottolineato l’importanza della diplomazia nel risolvere le questioni regionali”, ha affermato la presidenza turca riguardo alla chiamata, aggiungendo che anche il tema del conflitto siriano è stato discusso. “I leader hanno concordato sulla necessità di un’evacuazione della popolazione a Idlib, in Siria, al fine di proteggere i civili”, ha dichiarato la Casa Bianca. 

Tali dichiarazioni arrivano dopo che almeno 8 persone sono state uccise, il primo gennaio, quando l’esercito siriano ha lanciato missili che hanno colpito un rifugio per famiglie sfollate nella provincia di Idlib, secondo quanto hanno riferito testimoni e residenti. La provincia Nord-occidentale di Idlib e i luoghi circostanti rappresentano la più grande enclave sotto il controllo dei ribelli che si oppongono al regime del presidente siriano Assad, sostenuto diplomaticamente e militarmente dalla Russia. Sin dalla fine del mese di aprile 2019, la provincia di Idlib e le aree adiacenti hanno assistito ad un’escalation di bombardamenti da parte di Siria e Russia, cui si aggiungono i violenti combattimenti concentrati nell’area settentrionale di Hama.

La situazione in Libia, allo stesso tempo, è molto complessa. Una situazione di grave instabilità va avanti dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Dopo aver avviato una campagna antiterrorismo all’inizio di gennaio 2019, le forze di Haftar hanno conquistato le aree centrali e meridionali della Libia, in prossimità della regione del Fezzan, per poi lanciare un assalto contro Tripoli, il 4 aprile. Da allora, sono in corso scontri tra le milizie che supportano il GNA e l’Esercito Nazionale Libico. Il 12 dicembre scorso, Haftar ha annunciato l’inizio di una nuova “battaglia decisiva”. Per la quarta volta in nove mesi, il generale ha affermato che è giunto il momento di liberare Tripoli da “traditori e terroristi”, dichiarando altresì di aver ordinato ai propri uomini di avanzare verso la capitale e che l’operazione militare non terminerà fino a quando non verranno smantellate le “milizie armate”. Il governo di Tripoli ha inviato una richiesta formale di sostegno militare “aereo, terrestre e marittimo” alla Turchia per respingere l’offensiva del generale libico Khalifa Haftar, il 26 dicembre.

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Maria Grazia Rutigliano  

 

di Redazione

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