Pentagono: gli Stati Uniti temevano un attacco dall’Iran

Pubblicato il 3 gennaio 2020 alle 11:07 in Iran USA e Canada

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Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, aveva annunciato l’esistenza di ragionevoli motivi per ritenere che l’Iran o i suoi alleati avessero pianificato attacchi contro gli USA, poche ore prima dell’assalto contro l’aeroporto di Baghdad del 3 gennaio. 

“Ci sono alcune indicazioni là fuori secondo le quali potrebbero essere in programma ulteriori attacchi, non è una novità, succede da 2 o 3 mesi”, ha dichiarato Esper ai giornalisti la sera del 2 gennaio. “Se ciò accade, agiremo e comunque, se riceviamo notizie di attacchi o qualche tipo di indicazione, prenderemo anche misure preventive per proteggere le forze e le vite americane”, ha aggiunto. Tale dichiarazione è arrivata poco prima di un raid aereo degli Stati Uniti contro l’aeroporto di Baghdad, avvenuto all’alba del 3 gennaio, durante il quale il capo delle Quds Force, unità del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) iraniane, il generale Qassem Soleimani, è morto. 

A darne conferma dell’uccisione, sia il Pentagono sia la Casa Bianca, secondo cui l’attacco è stato condotto con l’obiettivo di dissuadere l’Iran dal perpetrare ulteriori offensive e per proteggere sia il popolo sia gli interessi degli Stati Uniti. L’attacco è stato condotto, nella notte tra il 2 ed il 3 gennaio, con un drone statunitense di tipo MQ-9 Reaper, dal quale sono stati lanciati missili diretti contro un convoglio militare mentre usciva dall’aeroporto iracheno. Oltre al generale delle Quds Force, è stata riportata la morte di altri ufficiali e soldati delle milizie irachene sostenute da Teheran. 

Le dichiarazioni di Esper facevano riferimento al fatto che il 31 dicembre 2019, centinaia di cittadini iracheni hanno preso d’assalto l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad. I manifestanti si sono radunati presso il compound dell’ambasciata situata nella Green Zone della capitale irachena, sventolando bandiere filo-iraniane. Questi hanno poi attaccato l’ingresso principale e bruciato una delle porte. Ulteriori danni sono stati riscontrati presso il quartier generale delle forze di sicurezza. Mentre lanciavano bottiglie di vetro e distruggevano le telecamere di sicurezza, i cittadini iracheni inneggiavano slogan contro gli Stati Uniti, come: “Abbasso gli USA!”, “Morte agli Stati Uniti”. La richiesta principale dei manifestanti è il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha accusato l’Iran di aver orchestrato le violenze e ha minacciato di vendicarsi contro Teheran, il 31 dicembre. Il giorno successivo ha poi dichiarato che non voleva la guerra. Tuttavia, anche le parole del segretario alla Difesa rimangono dure. “Il gioco è cambiato e siamo pronti a fare tutto il necessario per difendere il nostro personale, i nostri interessi e i nostri partner nella regione”, ha dichiarato Esper il 2 gennaio. Durante lo stesso briefing con la stampa, il presidente degli Stati Maggiori Riuntini, Mark Milley ha affermato che almeno da ottobre c’è stata una campagna sostenuta da Kataib Hezbollah contro il personale degli Stati Uniti e che l’attacco missilistico nel Nord dell’Iraq è stato progettato per uccidere. “Trentuno razzi non sono progettati come un colpo di avvertimento, ma per infliggere danni e uccidere”, ha riferito Milley.

I tentativi di assalto all’ambasciata statunitense hanno avuto luogo dopo i funerali dei combattenti uccisi nelle vicinanze di Baghdad e dei militanti delle Brigate rimasti uccisi nei raid statunitensi. Le forze di sicurezza, poste al controllo della Green Zone, sono state viste indietreggiare all’avanzata dei manifestanti. Poco prima dell’inizio degli sconvolgimenti popolari, il personale statunitense presso l’ambasciata era stato fatto evacuare. Tra i membri che hanno lasciato l’edificio, anche l’ambasciatore degli USA in Iraq, Matthew Mueller. Da parte sua, Washington ha accusato le autorità irachene per non aver profuso gli sforzi necessari a salvaguardare gli interessi degli Stati Uniti nel Paese. 

I raid condotti da Washington il 29 dicembre sono giunti dopo l’attacco missilistico perpetrato contro una base militare irachena il 27 dicembre che ha causato la morte di un civile statunitense. L’operazione è stata condotta nei pressi della città irachena di Kirkuk, ricca di risorse petrolifere, ed ha provocato altresì il ferimento di altri funzionari, 4 statunitensi e 2 membri delle forze di sicurezza irachene. Gli Stati Uniti hanno accusato le milizie di Kataib per aver perpetrato l’attacco, le quali avrebbero impiegato più di 30 missili. Il gruppo sciita, da parte sua, ha negato qualsiasi coinvolgimento.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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