Libia: 20 missili contro Mitiga, le reazioni all’autorizzazione del Parlamento turco

Pubblicato il 3 gennaio 2020 alle 11:34 in Africa Libia

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Il centro media dell’operazione Vulcano di Rabbia, delle forze di Tripoli, ha reso noto che la navigazione aerea da e verso l’aeroporto di Mitiga è stata interrotta dopo che l’Esercito Nazionale Libico (LNA), ha condotto un attacco missilistico.

Nello specifico, secondo quanto dichiarato, le forze dell’LNA, guidate dal generale Khalifa Haftar, a partire dalla sera del 2 gennaio e fino alla mattina del giorno successivo, hanno lanciato circa 20 missili di tipo Grad contro l’aeroporto e tutta l’area circostante, costringendo gli abitanti della zona ad evacuare le proprie abitazioni. Il 2 gennaio, inoltre, un ulteriore attacco ha causato la morte di una donna nel quartiere residenziale di al-Farnaj. A questo hanno fatto seguito ulteriori bombardamenti contro i fronti di combattimento di Salah al-Din e contro la strada verso l’aeroporto.

Gli episodi si collocano dopo che, nel pomeriggio del 2 gennaio, il Parlamento turco ha approvato un decreto con cui il presidente di Ankara, Recep Tayyip Erdogan, è autorizzato ad inviare truppe in Libia, a sostegno del Governo di Accordo Nazionale (GNA), guidato dal premier Fayez al-Sarraj. La mozione è stata approvata con 325 voti a favore e 184 contrari, nel corso di una seduta straordinaria, indetta su invito del governo turco.

Il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, ha affermato che il voto del Parlamento a favore della mozione rappresenta un passo significativo, volto a garantire la pace e la stabilità in Libia. Tuttavia, con tale decisione sarà altresì possibile salvaguardare gli interessi di Ankara nel Nord Africa e nel Mediterraneo. A detta del portavoce, inoltre, la Turchia continuerà a far sentire la sua forte presenza sia sul campo sia in sede di negoziati. Dal canto suo, anche il vicepresidente turco, Fuat Oktay, ha dichiarato che Ankara continuerà a proteggere i propri interessi e a contrastare qualsiasi forma di “cospirazione” nella regione, aggiungendo che ogni mossa attuata dal governo turco nel Mediterraneo orientale si basa su un piano e una strategia specifici, frutto di uno studio approfondito.

Da parte libica, il Consiglio Supremo di Stato ha accolto con favore l’approvazione del Parlamento turco. Il ministro degli Esteri di Tripoli, Mohamed Al-Taher Siyala, ha ringraziato, nel corso di una conversazione telefonica, il suo omologo turco, per il sostegno che la Turchia continua a mostrare al governo tripolino. Il ministro dell’Interno, Fathi Bashagha, ha poi sottolineato che d’ora in poi chi deciderà di attaccare Tripoli avrà due sole opzioni, “la resa o il suicidio”.

Una voce contraria è, invece, giunta dall’Egitto. In particolare, il Ministero degli Affari Esteri egiziano, poco dopo l’approvazione di Ankara, ha pubblicato una dichiarazione in cui viene duramente condannato quanto stabilito. Per Il Cairo, un’interferenza di tale portata potrebbe influire negativamente sulla stabilità dell’intera regione del Mediterraneo e, in tal caso, la Turchia ne sarebbe completamente responsabile. Ad essere minata è la sicurezza non solo del mondo arabo in generale ma anche quella egiziana.

Inoltre, l’Egitto si è detto contrario al riconoscimento di qualsiasi misura o conseguenza legale derivante da accordi tra Ankara ed il governo di al-Sarraj. Per Il Cairo, la mozione del Parlamento turco rappresenta una violazione delle decisioni legittime prese a livello internazionale e, pertanto, l’intera comunità è invitata a farsi carico delle proprie responsabilità per gestire tali ultimi sviluppi.

Stando a quanto riferito da una fonte del Segretariato generale, anche la Lega Araba ha criticato la decisione di Ankara, ritenendo l’autorizzazione fonte di un’ulteriore escalation della crisi in Libia. Inoltre, è stato evidenziato come Ankara abbia ignorato quanto stabilito nel corso dell’ultima sessione della Lega Araba, del 31 dicembre, quando i rappresentanti permanenti dell’organizzazione hanno approvato una risoluzione in cui viene evidenziata la necessità di bloccare le interferenze esterne che aprono la strada ad estremisti stranieri verso la Libia.

Non da ultimo, il 3 gennaio, i Parlamenti di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, in cui viene ribadito il loro rifiuto dell’autorizzazione di Ankara. L’invio delle truppe turche a fianco del GNA, secondo i suddetti Paesi, rappresenta una violazione delle norme di diritto internazionale e un attacco alla sovranità e all’integrità territoriale della Libia.

In Algeria, il ministro degli Esteri, Sabri Bogadoum, ha dichiarato che nei prossimi giorni il suo Paese intraprenderà diverse iniziative per promuovere una soluzione pacifica alla crisi in Libia, sottolineando il rifiuto verso la presenza di forze straniere in Libia, di qualsiasi tipo e da qualsiasi Paese.  Bogadoum ha aggiunto che “la lingua dell’artiglieria” non porterà ad alcuna soluzione. Al contrario, sono necessarie consultazioni tra tutti i libici, con l’aiuto di tutti i vicini, in particolare l’Algeria. In tale quadro, è del 2 gennaio la notizia attraverso cui l’Algeria ha reso noto l’invio di oltre 100 tonnellate di aiuti umanitari in Libia, comprendenti altresì cibo e medicinali, “espressione dell’impegno e della solidarietà dello Stato algerino verso il popolo libico”.

Già il 25 dicembre, Turchia e Tunisia sono state protagoniste di un vertice a sorpresa, durante il quale Erdogan ha annunciato che avrebbe supportato militarmente le operazioni del governo di Tripoli contro l’esercito del generale Haftar. Inizialmente era stato deciso che, a seguito della richiesta formale di sostegno militare “aereo, terrestre e marittimo” fatta da Tripoli il 26 dicembre, il presidente turco avrebbe presentato, nel mese di gennaio 2020, un progetto di legge al Parlamento di Ankara, che gli avrebbe consentito di inviare truppe di terra in Libia. Ciò è reso possibile anche da uno dei memorandum di intesa siglati da al-Sarraj e Erdogan il 27 novembre scorso. Uno di questo, approvato dal Parlamento turco il 21 dicembre, riguarda proprio la sicurezza e la cooperazione militare tra Tripoli e Ankara.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. L’Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Il 12 dicembre scorso, Haftar ha annunciato l’inizio di una nuova “battaglia decisiva”. Per la quarta volta in nove mesi, il generale ha affermato che è giunto il momento di liberare Tripoli da “traditori e terroristi”, dichiarando altresì di aver ordinato ai propri uomini di avanzare verso la capitale e che l’operazione militare non terminerà fino a quando non verranno smantellate le “milizie armate”. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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