Damasco attira Teheran e Mosca con “il petrolio di Washington”

Pubblicato il 3 gennaio 2020 alle 15:15 in Medio Oriente Siria

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Il quotidiano arabo Asharq Al-Awsat ha rivelato che Damasco ha firmato nuovi contratti con alcune compagnie appoggiate da Mosca e Teheran per l’esplorazione di petrolio e gas nel Mar Mediterraneo.

Inoltre, secondo quanto rivelato, è stata altresì pianificata la realizzazione di reti di trasporto strategiche che collegheranno l’Ovest dell’Iraq e l’area occidentale della Siria. I contratti stipulati offrono particolari privilegi alle compagnie interessate. I dettagli dell’accordo sono stati rivelati in alcuni documenti scambiati tra il Ministero del Petrolio siriano e aziende di proprietà di Mohammed Baraa Katerji.

Quest’ultimo è considerato tra i principali uomini d’affari in Siria ma, a seguito delle accuse di traffico illecito di petrolio con lo Stato Islamico, il suo nome è stato incluso nella lista degli enti e personalità sanzionati dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Inoltre, secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, Baraa Katerji controlla una compagnia libanese che importa petrolio iraniano in Siria. Tuttavia, il governo di Damasco lo ha designato tra i propri rappresentanti del Comitato costituzionale, promosso dalle Nazioni Unite per porre fine alla perdurante crisi in Siria.

I nuovi piani consentirebbero alle compagnie coinvolte di istituire una raffineria di petrolio privata, con una capacità produttiva pari a 120.000 barili di petrolio raffinato al giorno. Questa dovrebbe essere costruita nel porto di Tartous, nei pressi della base russa. Secondo quanto riferito, alla raffineria si aggiungerà una rete adibita al trasporto di petrolio, che verrà esonerata da tasse, così da aumentare la produttività a circa 520.000 barili al giorno.

Parallelamente, il governo siriano, nel mese di dicembre 2019, ha approvato contratti che consentono a due compagnie russe di avviare attività di esplorazione di petrolio. L’obiettivo è aumentare la produttività del Paese, dopo che i combattenti curdi sono riusciti a prendere il controllo di ampi bacini petroliferi nel Nord e nell’Est della Siria, strappandoli dalle mani dello Stato Islamico, grazie anche all’aiuto degli Stati Uniti.

Secondo la US Energy Information Administration, prima dello scoppio del conflitto in Siria, il 15 marzo 2011, erano circa 400.000 i barili di petrolio che il Paese era in grado di produrre quotidianamente. Al primo gennaio 2011, la Siria possedeva circa 2.5 miliardi di barili di riserve, secondo il The Oil and Gas Journal. Queste erano situate perlopiù nelle aree orientali del Paese, vicino ai confini con l’Iraq, lungo il fiume Eufrate, mentre altri giacimenti minori erano situati nel centro. Successivamente, nel 2013, la produzione totale di petrolio è diminuita, toccando i 50.000 barili al giorno. Al contempo, lo Stato Islamico ha cominciato a farsi strada, prendendo il controllo di aree ricche di risorse petrolifere, in particolare Deir Ezzor.

In tale quadro, è del 24 ottobre 2019, la notizia relativa allo stazionamento delle truppe statunitensi a protezione dei giacimenti petroliferi siriani, situati prevalentemente nel Nord-Est del Paese, al confine con l’Iraq. L’annuncio è giunto a seguito della decisione del presidente degli USA, Donald Trump, di ritirare le truppe dal confine con la Turchia, spianando la strada all’operazione militare turca contro i militanti curdi delle Syrian Democratic Forces. Tale offensiva, chiamata “Fonte di pace” è stata lanciata il 9 ottobre e si è conclusa il 22 ottobre, quando il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa per la creazione di una “safe zone” di 30 km al confine tra Siria e Turchia, pattugliata dall’esercito di entrambi i Paesi.

Nel frattempo, la Siria continua ad essere interessata da un perdurante conflitto civile. Gli 8 anni di guerra hanno causato la morte di più di 370.000 persone e lo sfollamento di milioni di siriani. Metà dei 3 milioni di abitanti dell’area Nord- occidentale è stata costretta a rifugiarsi in altre zone della Siria, in seguito alle ripetute offensive del presidente siriano, Bashar al-Assad. La Turchia è sostenitrice dei ribelli, dissidenti del regime. In tale contesto, petrolio e gas potranno rappresentare una risorsa fondamentale per il recupero del Paese. Risalgono al 2018 le stime delle Nazioni Unite, secondo cui il Paese necessiterebbe di circa 400 miliardi di dollari per le operazioni di ricostruzione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

 

di Redazione

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