Libano: la popolazione ritorna in piazza

Pubblicato il 2 gennaio 2020 alle 15:26 in Libano Medio Oriente

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Sono ripresi i movimenti di protesta in Libano, nella giornata di giovedì 2 gennaio, con protagonisti i manifestanti che continuano a chiedere di portare davanti alla giustizia coloro che sono accusati di corruzione.

Dal canto loro, le forze di sicurezza sono state costrette a dispiegarsi per evitare eventuali disordini. Tuttavia, la mobilitazione popolare in Libano continua ad essere caratterizzata perlopiù da azioni pacifiche, tra cui marce e sit-in. Questi ultimi, nella mattina del 2 gennaio, hanno riguardato soprattutto le aree portuali della capitale Beirut e di Tripoli, dove, oltre a bloccare le vie d’accesso, i manifestanti hanno creato veri e propri accampamenti. A Bekaa, regione orientale del Libano, diverse strade sono state, invece, ostacolate dai cittadini.

La popolazione libanese è scesa in piazza a partire dal 17 ottobre, chiedendo le dimissioni del governo, una nuova legge elettorale ed elezioni anticipate, con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Uno dei risultati è stato rappresentato dalle dimissioni del premier Saad Hariri, del 29 ottobre scorso, cui hanno fatto seguito settimane di attesa per una personalità indipendente in grado di assumere la guida del governo. Un ex ministro dell’Istruzione, Hassan Diab, il 19 dicembre scorso, ha ricevuto l’incarico dal presidente libanese, Michel Aoun, di formare un nuovo governo per il Paese. Tuttavia, sono diversi gli ostacoli presentatisi sia all’interno dei diversi blocchi ed alleanze politiche sia tra le piazze del Paese.

Il popolo non è ancora soddisfatto di quanto ottenuto e si è detto determinato a proseguire nelle proteste fino a quando non verranno soddisfatte tutte le richieste e le figure politiche corrotte saranno portate in tribunale. Inoltre, si richiede un premier imparziale, che goda di ampio consenso e che sia in grado di guidare il Paese in un momento delicato, in cui bisogna altresì far fronte ad una grave crisi economica. Tale figura, a detta dei libanesi, non è rappresentata da Diab, considerato “uno di loro”, ovvero membro della classe politica al potere.

Negli ultimi mesi, a seguito dei movimenti di protesta e dei diversi scioperi indetti, circa 70 istituzioni sono state chiuse e più di 1500 impiegati sono stati licenziati. Il potere d’acquisto è diminuito e le banche continuano a dover affrontare una riduzione delle rimesse di denaro dall’estero e dei depositi bancari. Conseguentemente alle misure intraprese dalle banche per ridurre la circolazione di valuta forte, vi è stata altresì una diminuzione della liquidità di dollari disponibili ed una riduzione delle importazioni, che hanno pesato gravemente su di un Paese che dipende da merce importata. Ciò ha causato l’aumento del prezzo del dollaro nel mercato parallelo di circa il 25% e, di conseguenza, un aumento dei prezzi di beni e materie prime. In alcuni casi, si è trattato di un aumento del 40-60%, in altri del 100%.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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