La profezia di Fidel Castro sul piano degli USA per la Bolivia

Pubblicato il 1 gennaio 2020 alle 13:53 in Bolivia Cuba

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Come fosse una premonizione, il 30 aprile del 2008 venne pubblicata dai principali media cubani un’analisi di Fidel Castro sulla minaccia americana in Bolivia e il suo piano per sottometterla in “giorni, forse ore”. Sebbene i fatti non si siano materializzati in quell’occasione, la verità è che la profezia si avverò lo stesso, 11 anni dopo.

Il 2008 fu uno degli anni più difficili per Evo Morales. L’opposizione boliviana si era proposta di rovesciare il primo presidente indigeno d’America e per farlo contava sull’appoggio degli Stati Uniti. 

A tal proposito risultano particolarmente significative le parole scritte da Fidel Castro all’Avana nella sua riflessione intitolata Una prova del fuoco, in cui ha avvertiva degli eventi che si sono svolti in Bolivia lo scorso novembre con il colpo di stato e la fuga di Morales in Messico.

“Quando arrivano da ogni parte del mondo notizie agghiaccianti sulla carenza e sul costo degli alimenti, sul prezzo dell’energia, sul cambiamento climatico e sull’inflazione, problemi che per la prima volta si presentano all’unisono come questioni vitali, ecco che l’imperialismo cerca di disintegrare la Bolivia e di sottometterla a lavori alienanti e alla fame”, scrisse il leader cubano nel 2008.

Nella sua riflessione, il leader della Rivoluzione menziona anche “gli oligarchi di Santa Cruz” come “l’avanguardia del piano yankee, perfidamente concepito”. Secondo Castro, l’idea degli Stati Uniti sarebbe stata quella “di usare alcuni settori militari antipatriottici per sbarazzarsi di Evo per il bene dell’unità del Paese”.

“Lo slogan dell’imperialismo è punire e sbarazzarsi di Evo”, continua nella sua riflessione. Ma quella prova del fuoco non sarebbe stato solo un avvertimento per la Bolivia; Fidel Castro si riferiva piuttosto al destino di tutti i popoli latinoamericani.

“Per i popoli e i governi dell’America Latina, sarà la prova del fuoco. E lo sarà anche per i nostri medici ed educatori, qualunque cosa accada nel paese in cui svolgono il loro nobile e pacifico lavoro. In una situazione di pericolo, non abbandoneranno mai i propri pazienti e i propri studenti”, scrive Castro.

La realtà però, lo scorso novembre, è stata un’altra. I medici cubani in Bolivia, in effetti, si sono trovati costretti ad abbandonare i loro pazienti poiché il governo de facto non ha permesso alle missioni sociali cubane di rimanere nel Paese andino e ha interrotto tutti gli accordi con l’Isola. 

Il 13 novembre, inoltre, quattro membri della Brigata medica cubana nella zona di El Alto sono stati arrestati dalla polizia boliviana mentre tornavano a casa con i soldi prelevati da una banca per pagare i servizi di base e l’affitto dei 107 membri della contingente medico in quella regione.

Non ha tardato ad arrivare la protesta di L’Avana, che ha riferito che i medici sono stati accusati, ingiustamente, di finanziare con quel denaro le proteste contro Morales. Drastica la decisione del governo de facto, e sicuramente un duro colpo per il sistema sanitario nazionale boliviano, dal momento che fino al colpo di stato oltre 700 professionisti della salute cubani lavoravano in diverse regioni del Paese andino.


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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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